La morte di Giulio Regeni: ecco alcune delle tante domande senza risposta

Per aver fatto rimuovere lo striscione “Verità per Giulio Regeni” che campeggiava da mesi sulla facciata del palazzo comunale di Trieste Roberto Di Piazza s’è attirato le ire di tanti. Ma stavolta la grancassa d’indignazione non ha avuto il consueto impatto sull’informazione nazionale. Segno che c’è più di qualcosa che non quadra sulla vicenda. Perché la tragica morte del giovane triestino ha più lati oscuri che certezze. Ci sono domande del tutto inevase. Domande che chiamano in causa il nostro governo, l’Università inglese di Cambridge e pure i servizi britannici. Alla notizia del ritrovamento del cadavere di Giulio Regeni un profluvio di giusto sdegno, di solidarietà e di impegno alla verità si riversò da Tv e giornali. Sul banco degli imputati il governo egiziano del generale Al Sisi e i servizi segreti di quel Paese. L’ambasciatore d’Egitto fu convocato alla Farnesina per spiegazioni e quello italiano al Cairo richiamato per consultazioni: il massimo dell’attrito diplomatico. Dall’Egitto arrivarono quindi spezzoni di verità diverse e chiaramente di comodo ogni volta rigettate. Fino al recente incontro tra magistrati dei due Stati e l’impegno comune a far luce sulla vicenda. Fatto sta che nessuno ha mai mostrato l’intenzione di spingere sull’acceleratore delle accuse ad Al Sisi e alla sua polizia. Commesse di miliardi di euro erano e sono in ballo. Come, per esempio, il diritto della nostra Eni a sfruttare in esclusiva il più grosso giacimento di gas scoperto dinnanzi alle coste egiziane. Il silenzio si sposa sempre con la ragion di Stato. E, del resto, nessuno è apparso seriamente intenzionato ad accendere un faro sul perchè e sul tipo di “ricerca” ordinata proprio a Regeni dai professori di Cambridge; sul perchè il giovane italiano sia stato spedito in missione di studio al Cairo tra quei sindacati degli ambulanti cosi vicini ai Fratelli musulmani e perciò così attenzionati dalla polizia egiziana. Il pericolo era evidente, ma Regeni fu inviato in Egitto ugualmente. E stride con la voglia di verità il rifiuto dei 4 accademici di Cambridge – che mandarono Giulio Regeni al Cairo – di rispondere alle domande dei pm che indagano sulla sua morte. Perché mai un rifiuto siffatto se di una semplice “ricerca” di studio si trattava? Ed è vero quanto scritto dal Times che la professoressa Maha Abderahman, tutor di Giulio Regeni in Inghilterra, attualmente “in anno sabbatico”, si sia  fatta inviare i quesiti e abbia quindi deciso di non rispondere? Le medesime fonti che indicavano Maha e Giulio come “molto vicini”. Poi ci sarebbe da esplorare anche il capitolo della provenienza dei fondi a disposizione del giovane ricercatore italiano. Perchè nell’autunno 2015 Regeni avrebbe ottenuto un finanziamento di 10mila sterline da una fondazione britannica che si occupa di progetti di sviluppo? Con chi è collegata e da chi è gestita questa Fondazione che finanzia le ricerche di Cambridge? Di che tipo di progetti di sviluppo si tratta? Magari è sbagliato, ma quante volte i servizi inglesi si sono serviti, soprattutto nelle loro tradizionali aree di influenza (tipo appunto l’Egitto), di società di copertura? Ecco: si tratta di semplici domande. Domande che cercano di andare incontro al desiderio di verità. Anzitutto della famiglia di Regeni. Ma a quanto pare è meglio prendersela col sindaco di Trieste Di Piazza piuttosto che rispondere.