Una memoria da preservare, l’album di famiglia della destra lo scegliamo noi

Secondo L’Espresso – incuriosito dalla mostra dedicata al 70° anniversario della nascita del Msi – qual è stato l’album di famiglia della destra italiana?  «Reduci repubblichini dalla fresca impronta antisemita come padri fondatori, il gene della sconfitta cucito addosso (“siamo nati in un cupo tramonto“), la nostalgia del Ventennio e l’idea di rivincita, i saluti romani che in Germania tuttora costano l’arresto, le camicie nere in campagna elettorale a imitare tristemente le squadracce di prima della marcia su Roma; gli assalti alle università occupate durante la contestazione giovanile, le violenze di piazza, la morte data e subita durante gli anni di piombo; le istigazioni all’illegalità di dirigenti-capipopolo più che politici, gli ufficiali golpisti e piduisti puntualmente eletti in Parlamento, la vicinanza – se non proprio contiguità – con ambienti implicati nelle trame eversive o stragiste, la campagna per reintrodurre la pena di morte; i cortei studenteschi, uguali identici a quelli di tre decenni prima, che a fine anni ’80, in nome dell’italianità, ancora manifestavano a Trieste contro e la minoranza slovena e a Bolzano contro la maggioranza tedesca”.

Chi quell’«ambiente» ha iniziato a frequentarlo da giovanissimo, nel cuore degli Anni Settanta, si guarda allo specchio  e non può non darsi dell’imbecille, nel senso letterale di «persona di limitata capacità di discernimento e di buon senso». Non avevamo capito niente entrando in quel mondo? Era veramente quello prefigurato dal giornalone “intelligente” l’immaginario di chi a quel Movimento si avvicinava? Che cosa vi  cercavano e trovavano i giovani degli Anni Settanta?

L’argomento non è di quelli che si risolvono in una battuta. Per evitare false “ricostruzioni” qualcosa va però detto. A partire dalla memoria di chi c’era. Nel caravanserraglio delle sezioni tricolorate più che le “nostalgie” altrui (di altre generazioni,a cui certamente si guardava con rispetto) ognuno proiettava le proprie piccole e grandi “visioni” (la Weltanschauung – come dicevano i più colti). E c’era veramente di tutto. Il rifiuto del comunismo, che allora andava per la maggiore, malgrado i milioni di morti, il suo totalitarismo ottuso, il suo imperialismo invasivo. A partire da questo rifiuto la volontà di percorrere percorsi alternativi, che non fossero quelli offerti dal Sistema, diviso tra una Dc, corrotto partito di maggioranza,  ormai alla canna del gas, tanto da dover accordarsi con il Pci, ed un capitalismo rampante ed odioso. Ed allora largo alla fantasia (non proprio al potere): nazional-rivoluzionari da una parte e nazionalisti in senso stretto dall’altra, terza forzisti nazional-europei e filo americani,    cattolici intransigenti ed ardenti  pagani, cultori del “romanticismo fascista” (quello di Drieu La Rochelle) e del conservatorismo-rivoluzionario “alla tedesca”, ammiratori dell’intransigenza di Codreanu e della purezza ideale di Josè Antonio. E poi certamente la Tradizione italiana, quella del primo interventismo, del mito della Patria che incontra il Lavoro, dell’Idea di una più grande giustizia sociale, in grado di costruire autentici processi partecipativi e distributivi (altro che il marxismo !), a partire dalle categorie produttive organizzate, alternativa reale rispetto ai bassi orizzonti dell’individualismo liberal-borghese.

Tutto questo e molto altro ancora è stato – per i giovani degli Anni Settanta – quel mondo, racchiuso nella Fiamma Tricolore, nella speranza-illusione di dare un senso politico ed una concretezza  al coacervo di idee, di valori e di miti, diversamente vissuti.

Che cosa rimane di quel “viaggio”, insieme personale e generazionale?  Quanto di quella nobile tradizione ideale  è in grado di suggestionare ancora, soprattutto le giovani generazioni? Quanti di quei messaggi sono utilizzabili? Le domande restano volutamente appese di fronte ad un “album di famiglia”, nel quale – almeno questo ci sia permesso – vogliamo sceglierle noi le foto da conservare.