Riforme, la Boschi attacca D’Alema. Ma il centrodestra non resti a guardare

Significherà qualcosa il fatto che la ministra Maria Elena Boschi sventoli la riforma costituzionale che porta il suo nome come l’unica capace di «aggiustare anche le storture del titolo V voluto dalla riforma firmata da D’Alema»? Certo che sì: anzi è la prova del salto di qualità nello scontro a sinistra sul referendum che sia Renzi sia D’Alema hanno interesse a rappresentare come un duello personale. Il primo perché pensa che la sovrapposizione del baffino dalemiano alle ragioni del “no” finisca per agevolare il “sì”, ed il secondo perché intravede la possibilità di riagguantare una cospicua fetta di Pd disorientata e infastidita dall’attendismo del troppo flemmatico Bersani. Prova ne sia che a diffferenza di altri esponenti del suo partito, l’avversione di D’Alema alla riforma voluta da Renzi è priva di subordinate. Il suo “no” resta anche se intervenisse una modifica dell’Italicum, la nuova legge elettorale su cui si pronuncerà la Corte costituzionale il prossimo 4 ottobre.

Referendum, la Boschi mira all’elettorato moderato

Ma la sortita della Boschi sulla necessità di controriformare il Titolo V della Costituzione, che regola il ruolo delle regioni, svela anche l’intenzione del governo di puntare su questo particolare aspetto della riforma per convincere gli indecisi ed anche segmenti non trascurabili dell’antico blocco sociale del centrodestra – partite Iva, imprenditori, lavoratori autonomi – che non hanno mai digerito la moltiplicazione dei centri di spesa e la confusione istituzionale prodotta dall’accrescimento, al di la di ogni decenza politico-costituzionale, di competenze e risorse in capo alle regioni. Una scelta abile, dal momento che è proprio su questo stesso aspetto il centrodestra appare più irretito, non fosse altro perché la Lega guidata da Salvini è da sempre attestata su un federalismo a trazione regionalista.

Su Senato e Titolo V la riforma è una vera truffa

La battaglia invece si può e si deve fare. La riforma Boschi, infatti, lungi dall’eliminare il conflitto tra Stato e Regioni lo istituzionalizza attraverso il redivivo Senato imbottito di consiglieri regionali. Che per effetto della riforma si trovano ad essere titolari di una molteplicità di funzioni: dal «raccordo» tra Stato, regioni e Unione europea, al concorso «nell’esercizio della funzione legislativa» per finire ai pareri «sulle nomine di competenza del governo». In poche parole, quel conflitto istituzionale che Renzi giura di aver cacciato dalla porta del nuovo Titolo V rientra in realtà dalla finestra del nuovo Senato che, a sua volta, non viene abolito ma solo trasformato. In peggio. Insomma, più che un pasticcio, una vera truffa. Ancora una volta targata Pd.