Il gender non è archiviato: così alla Camera lavorano per portarlo a scuola

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Non se ne parla più. O, almeno, non se ne parla più nel dibattito politico. Perché del gender, invece, se ne continua a parlare eccome, senza però che l’opinione pubblica venga coinvolta. Al rientro dalla pausa estiva sono riprese le audizioni della Commissione cultura della Camera, che si occupa delle proposte di legge per introdurre a scuola la cosiddetta “Educazione di genere”. Una formula che, secondo numerosi osservatori, in realtà nasconde l’intendo di portare a scuola la “teoria di genere”, ovvero quella impostazione ideologica secondo cui le differenze biologiche tra maschi e femmine sarebbero del tutto secondarie nella formazione dell’identità sessuale.

Lo studio di ProVita sulle criticità del gender

«Un’intenzione lodevole come quella di prevenire la violenza e il bullismo non giustifica un’azione educativa in sé discutibile e pericolosa», spiega Toni Brandi, presidente dell’Associazione ProVita, da sempre impegnata a contrastare la prospettiva che nelle scuole italiane, e fin dall’asilo, si insegni che si è maschi o femmine per un capriccio della natura, che però conta poco o nulla nello svolgimento della nostra vita. ProVita è stata sentita dalla Commissione cultura a metà settembre. Un’occasione durante la quale l’associazione ha presentato un ampio studio in cui «le criticità della educazione di genere vengono affrontate nel dettaglio e con rigore scientifico», sottolinea il portavoce dell’associazione Alessandro Fiore.

«Alla Camera poco spazio per chi dice no»

L’impressione che Brandi e Fiore hanno ricevuto dall’incontro è, però, che le audizioni non abbiano la necessaria neutralità per acquisire davvero differenti punti di vista, e che vi sia piuttosto un orientamento già marcato a favore della diffusione della teoria gender. «Formalmente vi era un clima di grande cordialità, ma – racconta Brandi – abbiamo avuto l’impressione che quello che stavamo dicendo non interessasse. A un certo punto c’è stato anche chi si è messo a chiacchierare e sghignazzare mentre parlavamo, senza che vi fosse un richiamo al rispetto». E, a sostegno di questa impressione, Brandi riferisce alcuni episodi puntuali, in particolare legati ai tempi degli interventi. «Avevamo diritto a dieci minuti, ma ce ne sono stati concessi meno di sette», dice, spiegando che una sorte simile è toccata all’associazione “Non si tocca la famiglia”, la cui rappresentante, Giusy D’Amico, è stata interrotta dopo neanche un minuto, nel bel mezzo del suo intervento. «È vero che la loro audizione è stata aggiunta all’ultimo momento, ma – precisa Brandi – lo è stata anche quella dell’associazione Agedo, pro Lgbt, e a loro è stato permesso di parlare 4/5 minuti e comunque di leggere tutto quello che avevano da leggere».