Ex detenuto di Guantanamo avverte: «O torno in famiglia o vado da Allah»

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«O raggiungo la mia famiglia o Allah». Con queste parole Jihad Ahmed Diyab, uno dei sei ex detenuti di Guantanamo accolti dall’Uruguay nel 2014, riassume la sua situazione: da due settimane è in sciopero della fame per chiedere di poter raggiungere la moglie e i figli, attualmente rifugiati in Turchia. Nel piccolo appartamento che occupa nel centro di Montevideo, questo siriano di 44 anni nato in Libano, arrestato in Pakistan e poi spedito a Guantanamo per i suoi presunti legami con reti jihadiste, prosegue la sua battaglia da solo, disteso su un materasso e avvoltolato in una coperta che gli lascia scoperto solo il volto. Dopo che la stampa ha diffuso le immagini shock di Diyab, che, pallido e visibilmente indebolito, annuncia di andare avanti con la sua protesta, le autorità locali lo hanno fatto ricoverare in ospedale. Ma, non avendo gradito il modo in cui è stato trattato («sono già stato rinchiuso per più di dieci anni, ora basta»), ha deciso di tornare nel suo appartamento, per riprendere lo sciopero della fame.

Guantanamo, il carcere, la protesta e Allah

«Il mese prossimo si sposa mia figlia, e io ho chiesto ad Allah che permetta che entro venerdì prossimo, che è il giorno del musulmano, io possa vedere la mia famiglia e stare con loro», ha detto in un’intervista al quotidiano La Diaria. Il governo uruguaiano – in forte imbarazzo per il caso – ha assicurato che sta «facendo tutto il possibile» per rendere possibile il ricongiungimento familiare di Diyab, ma sottolinea che la moglie, Usra Al-Husein, si rifiuta di raggiungerlo a Montevideo e che molti paesi si sono rifiutati di autorizzare il passaggio del siriano, anche se solo in transito verso la Turchia. Il ministero degli Esteri ha informato che si è messo in contatto con l’Unhcr e le autorità americane per cercare «una soluzione a tempi brevissimi», ma finora non è riuscito a trovarla. Nel frattempo l’ex presidente José “Pepe” Mujica, responsabile di aver accolto gli ex detenuti di Guantanamo, ha commentato che «il loro comportamento è stato pessimo», perché «se avessero presentato un’altra immagine, sarebbe stato più facile farne liberare altri». Diyan era già finito sui giornali nei mesi scorsi, quando era sparito da Montevideo per ricomparire a Caracas, dove chiese al consolato uruguaiano di aiutarlo ad espatriare in Turchia. Le autorità venezuelane lo avevano detenuto e deportato di nuovo in Uruguay, dove ha cominciato il suo sciopero della fame.