Capolavori/ Prima di Don Camillo e Peppone, gli scandali di Clochemerle

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È raro ma talvolta capita che un editore intelligente ritrovi e riproponga gioielli dimenticati. È il caso delle edizioni E/O e de L’annata memorabile del Beaujolais di Gabriel Chevallier, uno dei grandi riferimenti della letteratura  umoristica del Novecento. Il libro ottenne un enorme successo a metà del secolo scorso, fu tradotto in molte lingue (in Italia da Longanesi con il titolo Peccati di Provincia)  e portato nel 1948 sul grande schermo dal regista belga Pierre Chenal con Fernadel con il titolo di Clochemerle.

La vicenda degli scandali di Clochemerle

Tutto si svolge nella Francia profonda, esattamente nel Beaujolais — terra d’ottimi vini e gente sanguinia —  e per la precisione nell’immaginario paesino di Clochemerle. È l’ottobre assolato e profumato del 1923. In attesa della vendemmia (e delle imminenti elezioni),  il callido sindaco sinistroso Piechut  (ultra democratico ma ricco proprietario terriero…)   decide di erigere un’opera di pubblica utilità e al tempo stesso capace di simboleggiare la fede nel “sol dell’avvenire”. Dopo lunghe meditazioni e con l’aiuto dell’ambizioso Tafardel, un maestrino comunista dal fiato pestilenziale, il borgomastro decide: si erigerà un vespasiano in cui le vesciche degli assidui bevitori del paese possano scaricare litri e litri di residui del buon Beaujolais senza imbrattare strade e muri. Per dimostrare la sua fede progressista — alle sue spalle i “fedelissimi” compagni intanto dubitano e tramano —  Piechut decide che sarà costruito a ridosso della chiesa cittadina. Una provocazione forte contro il feudalesimo e il conservatorismo ma per nulla rischiosa, poichè l’abate Ponosse, sano peccatore e grande bevitore, è — per definizione dello stesso Chevallier — un novello Don Abbondio e non un Don Camillo guareschiano. E infatti il religioso abbozza l’oltraggio con pavida eleganza e un bicchiere di buon vino….

A rompere le uova nel paniere interviene però la sfiorita e acidissima zitellona locale, auto-innalzatasi al ruolo di moralizzatrice dei costumi. Una matta vera, accidiosa, cattiva ma furba. Terribilmente furba. Da lì il disastro. In un crescendo rossiano ed sommamente esilarante, nell’ameno borgo si scatena il pettegolezzo che tutto sommerge e nessuno risparmia. Suo malgrado, l’innocente urinatoio scatena tutti i rancori del paesino e rivela i segreti nascosti di Clochemerle:  corna in primis e poi usura, pedofilia, affari sporchi, traffici illeciti e altro…  Alla fine la sciocca diatriba si trasforma in un’opera buffa che spaccherà prima il paese e poi, incredibilmente ma inesorabilmente, dividerà la Francia intera. Nella penna dello scrittore, il pisciatoio del piccolo borgo diventa così un simbolo per le opposte fazioni e i loro capi inetti quanto furbi. Questa è la democrazia, sembra annuire Chevallier….

In berlina le ipocrisie di tutti

Un capolavoro. Con maestria lo scrittore, attento osservatore del suo tempo,  mette in berlina con crudele eleganza  le ipocrisie, le grettezze e le follie di sinistrosi e destristi, monarchici e progressisti, atei e religiosi, borghesi, nobili e proletari, bigotti e liberi pensatori. Non vi è pietà per nessuno e, del resto, nessuno la merita veramente.

Una piccola riflessione. In molti hanno ritrovato nella kermesse di Clochemerle l’anticipo della saga di Don Camillo. Probabilmente il grande Giovannino Guareschi  ha letto e apprezzato Chevallier e forse si è ispirato alle pazzie galliche, ma la “bassa” padana ha altri colori e altri toni. Altri sentimenti. Lungo il “grande fiume” sulla follia degli umani sempre veglia e vigila il Cristo dolente e ironico che parla (e, talvolta, bacchetta) il suo manesco sacerdote e controlla dalla Croce il suo litigioso gregge. Con severità e comprensione. Con vera pietas.

A Clochemerle, no. Negli scenari cari a Jean Giono, donne e uomini sono soli, terribilmente soli, racchiusi nei loro inconfessabili segreti (a partire dal parrocco e il sindaco), nei loro vizi assurdi e nelle loro buffe stramberie. Tra una risata e l’altra, il lettore avvertito magari non incontrerà Guareschi ma forse ritroverà gocce di P.G Wodehouse e la disperata ironia di Cioran. Clochemerle è un’altra storia, molto divertente ma senza speranza. Come la Francia di ieri e oggi.