Rimosso il vescovo gay del Brasile che criticava il sinodo sulla famiglia

FacebookPrintCondividi

Papa Francesco ha accettato oggi la rinuncia al governo pastorale dell’arcidiocesi di Paraiba, in Brasile, presentata dall’arcivescovo mons. Aldo di Cillo Pagotto. La rimozione del presule avviene in virtù del comma 2 del canone 401, quindi per “grave causa”. Attraverso un processo canonico, l’arcidiocesi di Paraiba aveva subito l’anno scorso un intervento da parte della Santa Sede, dopo l’invio come visitatore apostolico di mons. Fernando Guimaraes, vescovo della diocesi di Garanhuns. L’arcivescovo Pagotto, 67 anni, nato a San Paolo, era stato sospeso dalle ordinazioni di nuovi diaconi e sacerdoti e dal ricevere nuovi seminaristi fino a che il Vaticano non portasse a termine le indagini in corso. Mons. Pagotto – secondo quanto hanno riportato media brasiliani – era stato sottoposto ad accertamenti canonici per aver accolto nella sua diocesi di Paraiba sacerdoti e seminaristi espulsi da altre diocesi. Avrebbe inoltre rifiutato di discutere i casi di pedofilia. Sempre secondo media brasiliani, l’arcivescovo fu accusato l’anno scorso, con una denuncia fatta da una donna, di aver avuto una relazione affettiva e sessuale con un giovane di 18 anni, con asseriti incontri intimi anche nel Palazzo vescovile. Il nome dell’arcivescovo Di Cillo Pagotto era circolato in Italia nel giugno dell’anno scorso, nel quadro dell’acceso dibattito che precedette il Sinodo sulla famiglia. Era infatti fra i tre autori di un opuscolo – a diffusione gratuita nelle librerie specializzate in temi religiosi –  dal titolo Opzione preferenziale per la Famiglia. Cento domande e cento risposte intorno al Sinodo. Era introdotto dalla prefazione del cardinale cileno Jorge Medina Estevez, prefetto emerito della Congregazione per il Culto Divino, mentre ne erano autori tre vescovi in carica: appunto mons. Aldo di Cillo Pagotto, (arcivescovo di Paraiba, Brasile), mons. Robert F. Vasa (vescovo di Santa Rosa, California) e mons. Athanasius Schneider (vescovo ausiliare di Astana, Kazakhstan). Le “domande” si riferivano a tematiche come la sessualità, l’indissolubilità del matrimonio, il divorzio, l’omosessualità, la dichiarazione di nullità del matrimonio, la comunione ai divorziati risposati, la misericordia, la pastorale, mentre le risposte – spiegava l’Associazione promotrice – “rimandano all’immutata dottrina della Chiesa cattolica su queste materie”.

Un esempio? Replicando ai vescovi che sostenevano che riconoscere le coppie omosessuali costituisse “un discorso di civiltà” oppure che l’unione gay potrebbe essere assimilata a quella matrimoniale attraverso una “benedizione”, il testo, che faceva ampio riferimento al Catechismo della Chiesa cattolica e ad altri documenti, recitava: “L’unione omosessuale è una convivenza erotica tra amanti che comporta l’uso contro natura della sessualità. Pertanto l’unione omosessuale è gravemente peccaminosa e non è assimilabile a quella matrimoniale, tanto meno può essere benedetta dalla Chiesa; anzi, bisogna opporsi ai recenti tentativi di legalizzarla sotto qualunque forma”. Si ribadiva inoltre con chiarezza l’invito agli omosessuali a vivere la loro condizione nella “castità”.