La Corte dei Conti a Renzi: «Cassa depositi e prestiti è fuori controllo»

Si scrive Cassa depositi e Prestiti ma si legge Iri, l’Istituto per la ricostruzione industriale voluto da Mussolini e realizzato da Alberto Beneduce per fronteggiare la crisi economica seguita al crollo di Wall Street del 1929. Questo almeno è quanto si evince dalla severa relazione della Corte dei Conti che ha accompagnato il controllo sulla gestione finanziaria 2014 e 2015 . Che cosa è successo, in realtà? Semplice, che i magistrati contabili hanno espresso «perplessità», per «compatibilità statutaria e sulla pertinenza degli impieghi delle risorse», sul ruolo della Cassa Depositi e Prestiti nel sostegno a banche o imprese.

«La Cdp agisce ai margini del proprio statuto»

La questione sollevata dalla Corte dei Conti è molto seria. La sua relazione ha infatti evidenziato che la crisi economica ha accelerato la «trasformazione» di Cdp da «cassa semi-pubblica, custode del risparmio postale ed erogatrice dei mutui per gli enti locali», ad autentico «strumento di politica industriale». Ed in effetti è così. La Corte ha passato in rassegna tutte le richieste d’intervento della Cassa: dallo «sblocco dei crediti verso la pubblica amministrazione», al «finanziamento di infrastrutture», ai «salvataggi di imprese in crisi» come l’Ilva, (in passato furono Parmalat, Montepaschi e Alitalia), alla «ricerca di capitali»  – è il caso della Saipem e di Fincantieri -, agli «interventi in favore degli enti locali», di cui sono testimonianza i 4,8 miliardi di euro erogati a Roma Capitale, fino alla cordate di garanzia e salvataggio a favore delle banche, concretizzatesi nella «partecipazione al Fondo nazionale di risoluzione (Banca Etruria nel 2015) ed al Fondo Atlante a favore (Banco Popolare di VicenzaVeneto Banca nel 2016)».

Salvataggi di banche e imprese nel mirino della Corte dei Conti

A giudizio della Corte dei Conti, questi interventi hanno portato CdP «ad operare ai margini della propria compatibilità statuaria». E il motivo di tanta «perplessità» è fondato. «Se – ha infatti ipotizzato la Corte – nel 2016 le quotazioni del greggio non dovessero migliorare, nelle casse della Cdp potrebbero mancare proprio gli apporti derivanti dalla partecipazione azionaria in Eni. Risorse che, nel piano industriale è previsto che contribuiranno a creare un utile 2016 da 933 milioni grazie a 1,4 miliardi di dividendi provenienti da Eni, Terna, Snam e Fincantieri». Insomma, così come si è trasformata, senza per altro adeguarvi le finalità statutarie, la Cdp somiglia sempre ad un cane che si morde la coda. Prova ne siano l’ultimo bilancio di Fincantieri, chiuso – ha ricordato la Corte – «con una perdita netta di 112,73 milioni». Risorse sottratte ai risparmiatori e all’attività degli enti locali. E ora Renzi ha un’altra brutta gatta da pelare.