“In Missione”, il libro che apre una finestra sul mondo oscuro dei servizi

Esce il 24 marzo in Italia il nuovo libro di Vincenzo Fenili, In Missione (edizioni Chiarelettere, collana Reverse, euro 16,90). Il Secolo d’Italia ha intervistato l’autore, che è già alla sua seconda fatica editoriale.

Vincenzo, dopo il successo del tuo precedente libro, Supernotes, pubblicato in Italia da Mondadori, tradotto in otto lingue e venduto in oltre dieci Paesi diventando così un caso internazionale, adesso esci allo scoperto con il tuo vero nome e cognome pubblicando un nuovo libro che già dalla copertina pare molto avvincente. È un romanzo, un mémoire o una fiction?

Come dico nell’apertura del libro, si tratta di un romanzo ispirato a ricordi personali e operativi e ad alcune missioni che furono particolarmente significative relativamente alla storia narrata: la sua verosimiglianza è ben confermata dagli eventi di questo attuale periodo e ciò che la rende ancora più credibile sono i documenti su cui si basa datati 2006. Non è certo un caso che questo romanzo si intitoli In Missione. Le vicende di cui parlo sono altro un espediente narrativo per raccontare la personalissima storia di un uomo che ha servito lealmente, silenziosamente e segretamente la Patria all’interno di strutture istituzionali e per un arco temporale molto lungo. Una esperienza maturata vivendo e operando per anni e quasi sempre da solo in Paesi lontani e in situazioni di costante ed altissimo rischio.
Ti stai riferendo ad una lunga esperienza nei nostri chiaccheratissimi servizi di informazione? E quali sono state le motivazioni che ti hanno indotto a questa scelta con le inevitabili e spesso molto negative conseguenze?
È necessario contestualizzare la mia vicenda personale e umana, prima ancora che professionale, ricordando che io “nasco” e sono il prodotto della Guerra Fredda: alla fine degli anni ’70 transito dall’Arma dei Carabinieri all’aliquota di Stay Behind, l’unità ultrasegreta altresì conosciuta come Gladio. Le due grandi potenze di allora si affrontavano senza esclusione di colpi e la guerra fra i servizi di informazione era davvero all’ultimo sangue: molti miei colleghi sono semplicemente spariti nel nulla o sono stati vittime di oscuri “incidenti”. Dipendentemente dalle nostre capacità e dalle qualifiche operative conseguite, venivamo impiegati su più fronti, sia nelle attività di contrasto alle attività informative del nemico sia di interdizione alle sue attività di sabotaggio. Il terrorismo, indipendentemente dal suo colore, era secondo meccanismi complicatissimi una delle espressioni più micidiali di questa attività di sabotaggio; ancor oggi si preferisce evitare di dare una spiegazione esaustiva e completa al fenomeno terrorismo in quanto essa implica una rilettura della storia del nostro secondo dopoguerra totalmente anticonvenzionale e impietosa. Ma in quegli anni la mia personale lettura della politica, soprattutto quella internazionale, era molto semplice: c’erano i buoni ed i cattivi, l’ovest e l’est, e io mi ritenevo assolutamente un privilegiato per essere stato chiamato a servire la causa di quelli che allora ritenevo i “buoni”. Il mondo era un facile “bianco e nero” dove le aree grige semplicemente non esistevano… perlomeno agli occhi miei e dei giovani come me. All’epoca, soprattutto in ambito scolare, era praticamente impossibile non essere schierato politicamente e io ero sul fronte di destra: quando però la Patria chiamava, essa ed il mio Comando di riferimento diventavano l’unica guida che io ero orgoglioso di servire, “silenziosamente e segretamente” appunto.
Dopo la durissima vicenda raccontata in Supernotes, mi sembra di capire che questo tuo nuovo libro trae spunto da una missione mai conclusa per fare una serie di osservazioni e riflessioni attualissime.
In realtà racconto la storia di un tradimento programmato proprio da parte di quelle istituzioni che io, e altri come me, decidemmo di servire con una dose massiccia di idealismo ed ingenuità. Fummo molto semplicemente usati, degli “utili idioti” con qualifiche operative di primissimo ordine e in alcuni casi assolutamente eccezionali. Molto spesso impiegati in missioni fondamentalmente “imbarazzanti” oltre che pericolosissime e dalla quali qualcuno sperava che non uscissimo vivi: missioni a “doppia agenda” come quella descritta in Supernotes e dalla quale sono uscito solo ed esclusivamente grazie alle mie risorse personali… Questa mia personale vicenda parla anche attraverso la voce di coloro che hanno avuto un ruolo e una presenza di assoluto spicco nella mia vita, come il generale Giampaolo Ganzer – l’indimenticato ex-Comandante del Ros e un po’ il fratello maggiore – i cui consigli sono purtroppo rimasti quasi sempre inascoltati. Anche lui è reduce da una lunga vicenda giudiziaria che ben esemplifica il concetto di tradimento pianificato a tavolino cui accennavo prima. E come anche attraverso la voce di mia moglie che mi è sempre rimasta vicina nonostante tutto e tutti gli consigliassero di fare altrimenti. Nel mio romanzo narro che fin dal 2006 venne delineata una puntuale e documentata previsione di minaccia terroristica riguardante l’Europa ed il nostro Paese in particolare. A tale informativa fu inizialmente dato ampio ed ovvio riscontro, gli analisti confermarono le informazioni acquisite, ma qualcuno ai “piani alti” decise che si trattava di una vicenda troppo grossa e quindi non si proseguì nelle attività di contrasto. Incredibile ma a volte nel mio bizzarro mondo la realtà operativa è più forte della fantasia di qualsiasi spy story.
Quali sono le tue conclusioni?
Non voglio fare troppe anticipazioni. Il mondo è totalmente e irrimediabilmente globalizzato, i punti di riferimento spariti, al “bianco e nero” si sono sostituite molto più delle famose 50 sfumature di grigio. Siamo riusciti a globalizzare anche i conflitti e il terrorismo, e la paternità di entrambi non è più un segreto per nessuno almeno non per coloro che ancora conservano un minimo di onestà ed autonomia intellettuale. Come dice Ganzer nel mio libro, «abbiamo recuperato migliaia di chili di cocaina ma la miopia del sistema giudiziario ci ha impedito di seguire un’azione incisiva sul narcotraffico che foraggia il terrorismo». E aggiungo io: ma è davvero miopia o, molto più semplicemente, la supercasta non gradisce che attività di così vasto respiro sfuggano al suo esclusivo dominio e controllo? Il mondo di specchi paralleli nel quale viviamo è davvero molto complicato e gli algoritmi necessari per la sua comprensione non sono più disponibili quasi a nessuno.
Supernotes sta diventando un film con una grande produzione hollywodiana ed un grande cast, che progetti hai per questo tuo nuovo libro?
Il mio sogno nel cassetto sarebbe un adattamento narrativo teatrale.Di una cosa ho certezza: non penso che questo racconto potrebbe mai servire nemmeno da modesto contributo e spunto per riflettere anche sulle attuali metodologie di prevenzione e lotta al “nuovo” terrorismo. Lasciamo ai grigi e collusi burocrati un compito così ingrato.