Don Patriciello a Vendola: “Tobia Antonio non sarà mai tuo figlio”

Sui social network fioccano le battute su Tobia Antonio, il figlio di Nichi Vendola e del suo compagno. Chi, invece non ha alcuna voglia di scherzare sull’argomento, è padre Maurizio Patriciello. Il sacerdote campano, impegnato nella battaglia della Terra dei fuochi, è intervenuto con diversi post su Facebook per commentare la vicenda. «Leggo che a Nichi Vendola sarebbe nato un figlio. Il seme – commenta Padre Patriciello – sarebbe del signor Eddy Testa, suo compagno. L’ovulo, da cui ognuno di noi ha cominciato a esistere, è di una donna californiana. La donna che ha portato in grembo per nove mesi il nascituro, invece, è indonesiana ma residente negli Stati Uniti. Il bambino, dunque, avrebbe due madri fantasma e un padre di nome Eddy Testa. Chiedo scusa, ma Nichi Vendola che c’entra in questo affare? Dio benedica tutti. In particolare questo bambino la cui sorte non riesco proprio a invidiare». E ancora: «In fondo i fratelli omosessuali non sono tutti uguali. La lotta al figlio ad ogni costo, a ben vedere, non è per tutti. Solo gli omosessuali ricchi infatti possono permettersi il lusso di potervi accedere. E per gli altri? Nessuno dice niente? Non credo che un operaio, un contadino, un muratore, un arrotino omosessuale potrà mai pagare le cifre astronomiche sborsate dai loro compagni più famosi. Discriminazioni! Ancora e ancora discriminazioni. La lotta di classe non è finita. Saranno sempre i poveri – omo o eterosessuali è la stessa cosa – a sudare sangue per mantenere in vita i capricci e vizi dei ricchi».

Don Patriciello a Vendola: “Hai giocato con la vita di un bimbo”

«I figli – prosegue padre Patriciello, in un post successivo – non sono di chi li fa ma di chi li cresce. Questa è una menzogna che cerca di passare per verità. I figli sono di chi li fa e poi li cresce. Se poi chi li fa, per un qualche motivo non può crescerli, la società allarga le sue braccia e corre in aiuto al piccolo, cercando di rimediare. Ho detto “cercando di rimediare” perché il bambino adottato porterà sempre nel cuore il desiderio di conoscere la sua storia, i suoi genitori, i suoi eventuali fratelli. Nella disumana pratica dell utero in affitto, invece, non c’è niente di tutto questo. Ma solo il desiderio di qualcuno di avere un bambino tutto per sé. Un bambino, però, che non sarà – non potrà mai essere – suo figlio. Comunque lo si chiami. I nomi non cambiano la realtà. Se qualcuno avesse giocato con la mia vita non glielo perdonerei mai».