Choc della Borsa italiana, tutto è cominciato dalle banche. Ecco perché

Sempre più commentatori economici imputano l’attuale andamento della Borsa italiana, l’alternarsi d’impennate e di rapidi crolli nel corso dei titoli, ad un effetto determinato da una generale crisi di fiducia. In realtà, non è che le  Borse mondiali vivano un periodo d’oro, anzi la crisi del mercato cinese sembra aver condizionato l’economia globale e aver gettato un’ombra su un possibile sviluppo del reddito mondiale. La  borsa di Milano, tornata rapidamente ai bassi livelli del 2013, dopo due anni di crescita, presenta un gap di almeno un punto percentuale rispetto alle altre Piazze mondiali e, non è semplice, per gli economisti trovare una spiegazione. Dunque, si fa strada sempre più l’idea del panic selling, (la vendita improvvisa di titoli in previsione di un crollo del mercato). Questo fenomeno, sta  riguardando in particiolare le banche italiane,   nasce dalla rottura di un rassicurante  paradigma, condiviso da tante generazioni di italiani, e cioè che “Il sistema bancario italiano è solido, in quanto costituito da piccole banche molto legate al territorio, e che le nostre banche non potranno mai fallire”. Ad innestare la miccia, sostengono tali economisti, sono stati due errori delle autorità che guidano i mercati monetari e finanziari (Mef e Banca d’Italia). Il primo, la troppo frettolosa applicazione della direttiva comunitaria sul bail in, termine che si può tradurre con un rassicurante “salvataggio interno” e poi, in conseguenza, il c.d. decreto salva banche, preso nel novembre del 2015. Quest’ultimo, pur avendo gestito il fallimento della Banca Popolare dell’Etruria, della Banca Marche, della Cassa di Risparmio di Ferrara e di Chieti, ha reso evidente a tutti (secondo tali analisti) che c’era la possibilità di perdere i risparmi investiti nelle “sicure” banche locali e che, il pericolo, non era limitato solo agli azionisti, ma si estendeva anche ai portatori di obbligazioni (se pur subordinate). Ecco gli errori !

Borsa, quando è a rischio il risparmio

Ma, chiediamoci: come è potuto accadere che, norme pensate a tutela del risparmio, hanno potuto generare, al contrario, un effetto così disastroso sui mercati finanziari? Andiamo per ordine, e cerchiamo di capire se c’era la consapevolezza da parte delle autorità monetarie dell’impatto che il bail in avrebbe avuto sul mercato bancario italiano e se questo è arrivato ai destinatari, in primo luogo Parlamento e governo. Vediamo la tempistica. Premettiamo che il bail in definisce la svalutazione di azioni e crediti e la loro conversione in azioni per assorbire le perdite e ricapitalizzare la banca in difficoltà Tale meccanismo è previsto dalla direttiva europea BRRD  (Bank Recovery and Resolution Directive n. 2014/59) che regolamenta le crisi bancarie, voluta nel giugno 2013, nei giorni della crisi di Cipro e delle sue banche, ed introduce in tutti i paesi europei regole armonizzate per prevenire e gestire le crisi delle banche. La legge di delegazione europea è stata approvata in Senato il giovedì 16 maggio con il consenso quasi trasversale di maggioranza e opposizione. Il 10 settembre, il Governo ha recepito la direttiva europea ed approvato le nuove norme in materia di risoluzione delle crisi bancarie, prevedendone l’entrata in vigore in Italia dal 1° gennaio 2016. A seguito dell’introduzione della disposizione, il Governo ha messo mano al “fallimento” delle quattro banche sopra ricordate, anticipando in parte la disciplina europea.

Borsa e  meccanismo del bail-in

Le autorità del mercato bancario e finanziario, hanno naturalmente partecipato all’ampia discussione sulle norme in esame, sia con interventi pubblici che nelle opportune sedi. In particolare, il presidente dell’Associazione bancaria, Patuelli, nella giornata del risparmio (28 ottobre u.s.) ha avuto modo di segnalare come il meccanismo del bail in introdotto dalle norme Ue, rappresentava una anomalia: “In Italia è sempre vigente la tutela dell’articolo 47 della Costituzione “ (La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme) che “non è superata dalla possibilità del bail-in“. Dello stesso tenore, sul punto e nella stessa occasione, il contributo del Governatore dell’Istituto di emissione, Visco, che ebbe a ricordare come, lo stesso bail in sia “estraneo alla tradizione italiana“, ed come esso sia stato voluto da quei paesi che sono dovuti intervenire pesantemente a sostegno dei rispettivi sistemi bancari, mentre, in Italia “il sistema ha richiesto interventi pubblici sostanzialmente nulli”. Le autorità competenti, Banca d’Italia, Consob e le Associazioni di categoria, a quanto ci risulta, non sembra che abbiano lesinato critiche al meccanismo, ed in particolare sull’impatto delle norme sui contratti in essere. L’obiettivo (convergente ?) è sembrato quello di posticipare l’entrata in vigore delle norme. Ma la stampa, in particolare quella economica, non ha dato molto risalto alla questione, non mancando di segnalare la diversità del sistema bancario italiano e, soprattutto, di come l’Italia fosse stata in Europa il paese che, durante la crisi, avesse speso meno per i salvataggi delle banche. Tutta colpa della stampa allora e di un Governo affaccendato in altro? A noi non sembra che le cose stiano così. Piuttosto, va segnalato l’intento di preservare un sistema bancario italiano, con interventi solo parziali. Viceversa, sembrano necessitate riforme strutturali che affrontino la questione focale di un sistema, quello bancario che si trova a realizzare da anni margini operativi nella gestione caratteristica di deposito ed offerta fondi, sempre più limitati. Nella sostanza, mancherebbero, a nostro avviso, politiche di sostegno ad operazioni di riorganizzazione, con interventi sul costo del personale e di ammodernamento infrastrutturale. Le misure tampone, nella speranza che passi “la nottata” e che il sole torni improvvisamente a splendere, non servono più e non si può star fermi sognando un modello di banca che non c’è più.