La grande battaglia di Mirko Tremaglia (tradita da Renzi & Co)

FacebookPrintCondividi

Pubblichiamo di seguito l’intervento di Nazzareno Mollicone apparso sul sito www.destra.it in ricordo dell’indimenticabile Mirko Tremaglia, scomparso quattro anni fa.

A quattro anni di distanza dalla scomparsa di Mirko Tremaglia, orgoglioso di essere bergamasco e combattente della Repubblica Sociale Italiana, è opportuno ricordare come egli fu il protagonista di una delle più nobili tra le battaglie che l’allora Movimento Sociale Italiano condusse in splendida solitudine, ossia quella per la difesa dei diritti e per un ruolo costituzionale degli Italiani all’Estero. Dopo i primi “treni tricolore” della stagione delle vittorie del 1970/1972, che riportavano a votare in Italia i connazionali residenti soprattutto in Europa per lavoro, si avviò un progetto politico ed organizzativo organico con la fondazione dell’associazione denominata “Comitati Tricolore per gli Italiani nel Mondo” presieduta proprio da Tremaglia, assistito nell’attività organizzativa e programmatica da Bruno Zoratto, un militante missino veneto emigrato in Germania per lavorare come operaio alla Volkswagen, e dal funzionario del partito Roberto Innocenzi. Questi tre personaggi sono scomparsi da anni, e ce li immaginiamo ora riuniti in qualche angolo di Cielo a discutere tra loro animatamente, come facevano sempre, per poi lavorare insieme con grande impegno.

L’impegno e la passione per gli italiani all’estero

Tremaglia si mise subito ad operare per far approvare leggi che si occupassero in modo specifico degli Italiani all’Estero, i quali erano e sono tuttora numerosi (circa 4.800.000, equivalenti all’8% della popolazione ed a regioni come Emilia-Romagna o Piemonte). Le origini di questa emigrazione risalgono nel tempo: dalle lontane conseguenze dell’unità d’Italia alle crisi economiche antecedenti alla prima guerra mondiale, dall’emigrazione politica ed economica del secondo dopoguerra (i profughi della Venezia Giulia e dell’Istria, i perseguitati dall’epurazione antifascista) alle imposizioni dei vincitori all’Italia che chiedevano, nell’ambito della Comunità Economica del Carbone e dell’Acciaio (CECA) lavoratori nelle miniere in cambio di carbone, cosa che provocò la tragedia di Marcinelle dell’agosto 1956. E poi vi è attualmente una nuova emigrazione, quella di giovani professionalmente preparati, ricercatori e laureati, che non riescono a trovare in Italia un lavoro che possa utilizzare al meglio la loro professionalità e quindi sono costretti ad emigrare: è la cosiddetta “fuga dei cervelli”, che tanto danno fa all’economia nazionale.

Per mettere ordine in questo settore del tutto abbandonato dalle istituzioni, Tremaglia propose e fece approvare nel 1988 l’istituzione di un’apposita anagrafe speciale denominata “AIRE” (Anagrafe degli Italiani all’Estero) in cui venivano inscritti tutti coloro che spostavano la loro residenza all’estero; poi nel 1985 fece istituire presso ciascun Consolato appositi organismi elettivi di rappresentanza denominati “COMITES” (Comitati degli Italiani all’Estero) che funzionavano come una specie di consiglio comunale per trattare le problematiche locali degli emigrati. Successivamente, nel 1989 fu istituito un organismo centrale denominato “CGIE” (Consiglio Generale degli Italiani all’Estero) composto da 94 persone tra cui vi erano i rappresentanti dei Comites eletti in secondo grado dalle varie aree continentali insieme a ventinove rappresentanti delle associazioni dell’emigrazione, dei sindacati, dei patronati e dei partiti politici: l’organismo è insediato presso il Ministero degli Esteri.

La legge costituzionale del 2001

Il compimento dell’attività di Tremaglia si realizzò nel 2001, con l’approvazione di una legge costituzionale di modifica degli articoli 48 e 57 che attribuivano dei seggi riservati ai rappresentanti degli Italiani all’estero, da loro eletti nei Paesi e Continenti di residenza, alla Camera ed al Senato. Tremaglia ebbe poi la soddisfazione personale, che incrementò il suo impegno, divenendo ministro per gli Italiani all’estero nel governo Berlusconi eletto nel 2001. Questa carica fu poi successivamente abolita, però al suo posto venne nominato un sottosegretario con delega per gli Italiani all’Estero che, nel periodo dal 2008 al 2011 fu il senatore Alfredo Mantica.

L’ impegno di Tremaglia tradito da Renzi e dal Pd

Ebbene, tutta questa complessa costruzione è stata ora ridimensionata dal governo Renzi e dal Partito Democratico. Ciò avviene per due ragioni politiche principali: la prima, è l’attenzione prevalente dedicata agli immigrati extraeuropei nell’ambito di una visione “mondialista” che tende alla snazionalizzazione della popolazione, sia quella residente nel territorio statale sia, a maggior ragione da quel punto di vista, quella costituita dai residenti all’estero. L’altra ragione è più partitica e consiste nel fatto che le varie associazioni di destra, a cominciare dal “CTIM”, avevano conquistato numerose ed importanti posizioni che dovevano quindi essere – secondo lo spirito ”democratico” del partito omonimo rimasto nella sua prassi sempre totalitario – ridimensionate od annullate. Ed allora s’iniziò, con la scusa dei tagli di spesa, a chiudere numerosi Consolati nei Paesi esteri dove comunque esistevano consistenti comunità non solo d’Italiani residenti ma anche di turisti: scelta assai discutibile perché oggi, con la grande mobilità esistente, i Consolati svolgono funzioni essenziali. Essi, anzi, dovrebbero essere incrementati e non diminuiti: caso mai, sono le Ambasciate che stanno perdendo il loro ruolo perché, almeno per quanto riguarda l’Unione Europea e le Grandi Potenze, le relazioni internazionali non si svolgono più tramite gli ambasciatori ma direttamente tra i responsabili politici della diplomazia e del governo dei vari Paesi.

Un altro “trucco” del governo

Ma la chiusura dei Consolati è stata funzionale e strettamente connessa ad un altro elemento, quello della diminuzione dei “Comites” sopra indicati. Non solo ad essi sono state sottratte funzioni e finanziamenti, ma è stato escogitato un sistema elettorale previa registrazione preventiva degli elettori (cosa molto complicata e dissuasiva) che ha comportato nel mese di aprile del 2015 una bassissima partecipazione al voto, non superiore al 4%! Ciò al fine di dimostrare l’irrilevanza della rappresentatività degli Italiani all’estero. Il passaggio successivo è stato il Cgie. Con una legge di riforma, esso è stato ridimensionato nel numero dei componenti riducendo al minimo quelli delle associazioni di emigrazione, dei patronati, dei sindacati, portandolo da 94 a 63, di cui 43 eletti dai Comites. Ma quali? E qui si nasconde un altro trucco del governo: 24 apparterranno ai Paesi europei, 1 per l’Africa, 3 per tutto il Nord e Centro America, 14 per il Sudamerica, 1 in Australia. Questa suddivisione ha fatto gridare allo scandalo i dirigenti delle associazioni di emigrazione, in quanto è evidentissima la sproporzione tra i Paesi europei ed il resto del mondo. Si pensi al Nord e Centro America ed all’Australia, la quale essa solo conta circa 400.000 emigrati; si pensi a tutto il continente africano, dove esistono in molti Stati (pensiamo innanzitutto al Sudafrica) consistenti comunità italiane oltre a tutti coloro che sono presenti da anni per lavoro negli altri Paesi; ed anche il Sudamerica, dove storicamente l’afflusso degli italiani è stato consistente, è penalizzato rispetto all’Europa. Ma perché si è attuata questa ripartizione, criticata anche dall’ufficio di presidenza del medesimo Cgie la cui sigla è stata definita da un consigliere, Carlo Consiglio del Canada, come “Consiglio Generale degli Italiani d’Europa”? Perché in Europa il partito democratico è molto presente con sedi di partito, di patronato, di associazioni culturali, di associazioni regionali (controllate a loro volta dalle Regioni da esso amministrate) e quindi può ottenere facilmente quella maggioranza che non ha certamente in tutto il continente americano ed anche in Africa ed Australia. Insomma, un “vestito” fatto su misura per controllare anche quell’organismo al quale, peraltro, secondo il metodo renziano di eliminare qualsiasi “corpo intermedio”, sono stati ridotti i poteri ed anche le modalità di funzionamento (una sola assemblea all’anno per elaborare una generica relazione sull’emigrazione, senza poter esprimere pareri obbligatori o facoltativi al Parlamento). Inoltre, poiché finora il governo non ha fatto il decreto di nomina dei suoi componenti, non è entrato in funzione nel 2015 come doveva essere.

Un impegno vanificato

Andrebbe poi fatta un’altra considerazione. Possiamo pensare tutto il male che vogliamo dell’Unione Europea, però essa di fatto consente la libera circolazione dei cittadini nei vari Paesi europei: in tal modo, un italiano emigrato in Germania, Inghilterra, Francia, Belgio, Romania, ecc. non può a rigore essere considerato “emigrante” ma solo un cittadino europeo (visto che ha sul passaporto proprio questa dizione) che si sposta da un luogo ad un altro come, ad esempio, un siciliano può recarsi a Milano e non è certo considerato “emigrante”. Resterebbero quindi fuori solo la Svizzera ed i Paesi balcanici o dell’Est non aderente all’Unione Europea. Per questo motivo, l’elevata attribuzione di seggi all’Europa è ancor di più erronea, scandalosa ed opportunistica. Ci sembra abbastanza chiaro come il partito democratico, che non ha mai visto con favore la difesa e la tutela degli Italiani all’estero perché considerata un fatto “nazionalistico” e quasi fascista, visto che era stata propugnata dal Msi e dall’on. Tremaglia, voglia – in nome dell’internazionalismo – cancellare progressivamente il grande lavoro organizzativo, politico e legislativo effettuato negli ultimi quarant’anni per gli Italiani all’estero. Però essi sono tuttora un capitale umano, una presenza attiva che rappresenta meglio di altri strumenti il lavoro e la cultura italiana, che non può essere abbandonata a sé stessa anche se indubbiamente serviranno altri e migliori strumenti di rappresentanza.