“Meglio vivere un giorno da leone…” Storia del bersagliere che ispirò il Duce

Il 27 dicembre del 1977 moriva a Sanremo Ignazio Pisciotta, militare e scultore, nato a Matera nel 1883, generale dei Bersaglieri. Ma al tempo della Grande Guerra Pisciotta era un capitano, un ufficiale già mutilato di guerra nonché valoroso combattente, perché benché ferito nel 1911, riuscì a farsi arruolare nuovamente come ufficiale di collegamento, nonostante avesse una mano di meno, la destra. Questo non gli impedì però di vergare con la sinistra sui muri sbrecciati dai combattimenti, le celebri massime che ispirarono Mussolini e il fascismo per tutti gli anni a venire; sua infatti è la frase “Meglio vivere un giorno da leone che cent’anni da pecora”, ancora oggi utilizzata ed entrata nell’immaginario collettivo degli italiani, così come l’altra frase “Tutti eroi, o il Piave o tutti accoppati”, che tanto incitamento e impulso dette alle nostre truppe per passare quel fiume e vincere la guerra. Ma andiamo con ordine. Come detto, Pisciotta era nato a Matera, ma presto si trasferì a Firenze per studiarvi arte. Scoppiata la guerra di Libia, nel 1911, partì immediatamente volontario come tenente dei Bersaglieri, e perse la mano destra colpito da una raffica di mitra nella battaglia della Sirte. Per questa azione fu decorato con la Medaglia d’argento al Valor militare. Nel 1918 dopo numerose richieste riuscì a ripartire per la Grande Guerra, come ufficiale addetto alla propaganda nella 45ma divisione mobilitata, nel settore di Fagarè della Battaglia. Dopo la Seconda Battaglia del Piave fu decorato sul campo dal re in persona con una seconda Medaglia d’argento al Valor militare per il suo eroismo. Fu in questo periodo che ideò e scrisse sui muri dei teatri di guerra le famose incitazioni patriottiche “Tutti eroi! O il Piave o tutti accoppati!”, e la più celebre “Meglio vivere un giorno da leone che cent’anni da pecora”, che colpirono Mussolini e che fu rilanciata con grande fortuna durante tutto il ventennio fascista.

Ignazio Pisciotta fu bersagliere per tutta la vita

Nominato maggiore dei Bersaglieri, alla fine della guerra Pisciotta fu congedato e destinato alla direzione dei vari musei storici del Bersaglieri, lavorando, tra l’altro, a Milano e a Roma. In tutti quegli anni non disse mai di essere stato lui l’autore di quei motti, per modesta e per umiltà, fino a che successive ricerche hanno dimostrato la sua paternità e ritrovato addirittura i pezzi di muro su cui lui li vergò. Tanto che ancora oggi si crede che sia stato lo stesso Mussolini a idearle, ma non fu così. Per molti anni, durante il fascismo e dopo, si pensava che quelle frasi fossero state scritte da qualche ignoto fante della Grande Guerra, fino a quando, nel 1958, si accertò che l’autore era Ignazio Pisciotta, e si ritrovarono anche i pezzi di muro originali: il Museo civico del Comune di San Donà di Piave li conserva lungo la cinta dell’Ossario di Fagarè. Le due pareti originariamente si trovavano presso la stazione ferroviaria del paese. In un articolo di Il Tempo si racconta che Pisciotta non rivelò mai di essere lui l’autore delle frasi e che, quando la notizia negli anni Cinquanta fu resa pubblica, non arrivò alcuna smentita. Pisciotta intanto, come abbiamo visto, si era addestrato a scrivere e a scolpire con la mano sinistra, e in quegli anni di era dedicato alla sua attività di scultore con lo pseudonimia di Aldo Cadigge, aprendo studi in varie città d’Italia, Milano, Bologna, Firenze, Roma. In seguito la paternità delle scritte fu corroborata da numerose testimonianze di altri ufficiali, ma Pisciotta, che nel frattempo aveva guadagnato altre decorazioni tra cui la Croce di Guerra, non aprì mai bocca sull’argomento e sulle frasi, che intanto erano state scritte sui libri di testo delle scuole e divenute popolarissime in tutta Italia. Rimane poco da dire, dopo la guerra Pisciotta visse un periodo in Argentina, poi tornato in Italia si stabilì a Sanremo dove morì all’età di 94 anni. Ma le sue frasi sopravvivono ancora. Gli è stato dedicato il Museo storico di Matera, città alla quale fu sempre legatissimo e che citò anche in un suo autoritratto conservato a Roma.