Foto shock: sono morti anche la madre e il fratellino del piccolo siriano

Quelle immagini shock di Aylan Kurdi, il piccolo profugo siriano morto, con il corpicino composto, inerme sulla battigia di una spiaggia turca con il volto rivolto al mare, hanno turbato e commosso il mondo. Ma oggi, all’orrore a cui quelle istantanee rimandano, si aggiunge l’indignazione per quello a cui questa drammatica vicenda rimanda. Implacabilmente…

Quelle immagini shock

E allora, quelle immagini shock che hanno commosso il pianeta, con il piccolo Aylan a faccia in giù, appena lambito dall’acqua, le braccia abbandonate, immobile nella morte, sono un pugno nello stomaco. Accostare le foto del piccolo profugo siriano annegato davanti alla spiaggia di Bodrum, trasformatasi da paradiso turistico della Turchia a luogo di disperazione e morte, a quelle deldelirio di Budapest, degli sbarchi sulle nostre coste, dei cadaveri recuperati, indifferentemente ormai, nelle stive delle imbarcazioni di fortuna o nei motori delle automobili trasformate in gabbie mortali, desta sgomento e suscita rabbia. E allora, una su tutte, l’istantanea di quel corpicino composto, delicato, che ha fatto il giro del web ed è stata rilanciata all’infinito su Twitter, diventa l’ultimo e il più emblematico atto d’accusa contro l’insipenza europea nella gestione del dramma migratorio di cui il piccolo Aylan è diventato suo malgrado l’immagine, e quelle sue foto divulgate senza tregua, il simbolo della decisione dei media di guardarla in faccia. In tutta la sua cruda spietatezza. Ripercorrere la vicenda mette i brividi: soffermarsi anche solo un istante sul fotogramma che sta facendo il giro del mondo del piccolo siriano di al massimo due anni, vestito come potrebbe essere abbigliato un qualunque bimbo europeo, ma che giace senza vita, col volto sulla sabbia, mette i brividi. Il piccolo è annegato dopo che è affondata l’imbarcazione che lo trasportava e tentava inutilmente di raggiungere l’isola greca di Kos per entrare nel territorio dell’Ue. Come se tutto questo non fosse già abbastanza, poi, ad aumentare – se possibile – la portata dell’orrore, i media turca aggiungono in queste ore anche la notizia secondo cui, in quello stesso tragico naufragio, hanno perso la vita anche il fratello del piccolo Aylan, Ghalib, di soli 5 anni, e la loro madre. E ancora: le notizie relative a questa tragedia specificano che su quella stessa rotta, nella giornata di mercoledì, sono morte complessivamente 12 persone.

Il simbolo dell’insipienza europea

E non è ancora tutto: in quei fotogrammi intercontinentali che, di giornale in giornale, di sito in sito, di post in post, raccontano – inanellati uno di seguito all’altro – il tragico “film muto” di queste ormai innumerevoli morti in diretta del Mediterraneo, si vede un agente turco che raccoglie il piccolo siriano con una toccante attenzione. E un istante dopo, sullo shock provocato dagli scatti del piccolo profugo, prevalgono la rabbia e lo sgomento per la cornice che inquadra quelle istantenee: quella di una assoluta incapacità strategica e politica della Ue, ormai sotto gli occhi di tutti all’ordine del giorno, e ulteriormente sbattuto in faccia da queste ultime immagini shock. Non a caso, la spirale della polemica innescata dal britannico Independent, che ha deciso di pubblicare come prima notizia del suo sito web le istantenne del piccolo profugo siriano, si allarga a macchia d’olio. Di ora in ora. Tanto che, nel furore scatenato dalla vicenda, il quotidiano britannico ha spiegato la decisione di pubblicare immagini così forti semplicemente affermando che «se queste immagini non cambiano l’atteggiamento dell’Europa nei confronti dei rifugiati, cosa può farlo?». Già, cosa può farlo? La famiglia di Aylan Kurdi era in fuga dalla martoriata città curdo-siriana di Kobane, per mesi sotto l’assedio dell‘Isis, e cercava riparo dal terrore jihadista e dalla guerra. Va detto allora no alla tentazione di cadere nel sensazionalismo; ma un no altrettanto forte va gridato contro l’ipocrisia: politica e mediatica. L’interrogativo retorico dell’Indipendent, allora, va letto come rivolto agli inglesi terrorizzati dall’ondata di migranti nel tunnel della Manica. Agli ungheresi che costruiscono murie  a tutti i paesi che chiudono le frontiere e ci lasciano soli ad affrontare un problema planetario. Agli austriaci scioccati dai morti asfissiati nel camion, a tutti i paesi della Ue – la Germania della Merkel in testa a tutti – che non sanno dare risposte alle centinaia di migliaia di disperati in fuga dal caos al di là del Mediterraneo…