Bancarotta, l’aiutino al papà di Renzi arrivò dal padre del sottosegretario Lotti

Potrebbe arrivare la prossima settimana la decisione del tribunale di Genova sulla richiesta di archiviazione della posizione di Tiziano Renzi, padre del premier Matteo, indagato per la bancarotta della Chil post, la società di marketing da lui guidata che ha sede nel capoluogo ligure.

Sul padre di Renzi il gip si è riservato

Dopo aver ascoltato il pm che ha proposto l’archiviazione e il legale del creditore che si è opposto, il gip Roberta Bossi ha deciso di riservarsi. Tre strade sono ora possibili: il giudice potrebbe accogliere la richiesta di archiviazione, potrebbe negarla o potrebbe chiedere un supplemento di indagini. Indagini che, al momento, non vedono coinvolto Marco Lotti, padre del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Luca Lotti, il quale, a quanto sta emergendo, avrebbe avuto un ruolo nella concessione del mutuo della Bcc di Pontassieve da quasi 700mila euro per la Chil Post, che venne deliberato nel luglio 2009.

Il ruolo del padre del sottosegretario Lotti

A denunciare la circostanza è stato il consigliere regionale della Toscana, Giovanni Donzelli di Fratelli d’Italia, che in una interrogazione alla giunta regionale ha spiegato che «fu Marco Lotti, papà di Luca Lotti, oggi sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, a dare il via libera al parere positivo concesso dalla banca Bcc Pontassieve sul mutuo da 697mila euro poi erogato alla Chil della famiglia Renzi con la garanzia di Fidi Toscana (la finanziaria della Regione Toscana, ndr)». «Denaro pubblico – ha sottolineato Donzelli – che non sarà mai restituito a Stato e Regione: 263mila euro coperti dal fondo di Garanzia del governo (erogati con Renzi a Palazzo Chigi), 26mila dalla stessa finanziaria della Regione». In un altro intervento, anche questo supportato dalla presentazione di documenti, poi, Donzelli ha rivelato che Marco Lotti «firmò il parere positivo alla concessione del mutuo il giorno dopo, 14 luglio 2009, l’assunzione del figlio in Palazzo Vecchio, dove Matteo Renzi era sindaco da poco tempo».

Quelle «bande familiari» al potere

Dalle carte presentate dal consigliere di FdI, dunque, emergerebbe quello che lo stesso Donzelli ha definito «una gestione di bande familiari che con disinvoltura, e anche con aspetti di poca moralità, gestiscono il potere e l’economia soltanto per interessi privati». Una situazione che, per Donzelli, «è oggettivamente insostenibile per qualsiasi Paese civile e democratico». E che ora rischia di travolgere anche l’ente Regione, in quanto Fidi Toscana garantì per il mutuo fino all’80% poiché la Chil post risultava come una azienda «femminile e toscana», nonostante – ha rivelato Donzelli – «Tiziano Renzi avesse già preso il posto della moglie» e, quindi, «la garanzia non avrebbe potuto superare il 60%». Donzelli, dunque, ha puntato l’indice non solo contro il padre di Renzi e quello di Lotti, che non comunicarono i cambiamenti societari, ma anche contro contro i mancati controlli da parte di Fidi e contro le «carenze della Regione Toscana», augurandosi che ora tutti i soggetti coinvolti «ne rispondano direttamente alla nazione».