Miracolo a Taranto? La Chiesa indaga su un ragazzo che si è svegliato dal coma

Un miracolo. Un processo canonico è stato istruito dalla Diocesi di Taranto sul supposto di un miracolo attribuito al Beato Nunzio Sulprizio, la cui canonizzazione è attesa da migliaia di devoti sparsi in Italia e nel mondo. Il caso è all’esame del tribunale diocesano costituito dall’arcivescovo Filippo Santoro. Gli atti del processo saranno sigillati solennemente e inviati alla Congregazione dei santi per essere studiati da due periti medici indicati dal dicastero.

Il miracolo del Beato Nunzio Sulprizio

Il presunto miracolo riguarda un giovane di Taranto rimasto gravemente ferito in un incidente con la moto ed entrato prima in coma e poi in uno stato vegetativo. Una reliquia del Beato Nunzio Sulprizio, arrivata dalla parrocchia di San Domenico Soriano a Napoli su richiesta dei familiari del ragazzo che ne invocarono l’intercessione, fu posta dalla madre in sala di rianimazione per chiedere la grazia della guarigione. Il papà bagnò poi la fronte del ragazzo con l’acqua del Beato. Nei giorni successivi i genitori furono chiamati d’urgenza dai sanitari ed avvertiti che il figlio, che portava sempre con sè l’immagine del Beato nel portafoglio, non aveva più bisogno della rianimazione. Inviato per le successive cure al Centro Risveglio “Sant’Anna” di Crotone, nel giro di quattro mesi, il giovane uscì dallo stato vegetativo con un recupero rapido e stabile nel tempo, delle funzioni neurologiche e mentali senza riportare esiti invalidanti.

La storia del Beato morto a soli 19 anni

Nunzio Sulprizio nacque a Pescosansonesco (Pescara) il 13 aprile 1817. Di umile famiglia, rimase orfano di entrambi i genitori e fu allevato prima dalla nonna materna e successivamente da uno zio; questi avviò il giovane al mestiere di fabbro ferraio nella bottega che aveva nel paese natale di Pescosansonesco. Il ragazzo, spossato dal duro lavoro e dalle privazioni, di gracile costituzione, si ammalò di carie ossea, dopo che si era ferito ad una caviglia e secondo quanto si narra, iniziò a recarsi alla fonte di Riparossa per lavare la ferita che gli ricopriva tutto il piede, nonostante gli abitanti del paese lo tenessero alla larga dalla fonte per timore di rimanere infetti. Si trasferì quindi, nel 1834, a Napoli dove viveva uno zio, militare di stanza al Maschio Angioino, che lo fece curare da un colonnello medico; le cure non riuscirono ad evitargli atroci sofferenze, anche per l’amputazione dell’arto, che si conclusero con la morte del giovane, diciannovenne. La fama di Nunzio, molto devoto alla Madonna, si era diffusa in città, grazie all’esemplare sopportazione della malattia. Presso la fonte di Riparossa fu eretto un Santuario per la conservazione delle reliquie del giovane e la Chiesa lo dichiarò prima venerabile nel 1859 da Pio IX e poi beato nel 1963 da Paolo VI durante il Concilio Ecumenico Vaticano II. Il processo di beatificazione fu portato avanti da mons. Aurelio Marena, vescovo di Ruvo e Bitonto.

Protettore degi invalidi e delle vittime del lavoro

Il Beato Nunzio Sulprizio viene considerato il protettore degli invalidi e delle vittime del lavoro ed oggi, il suo Santuario a Pescosansonesco è meta di numerosi pellegrinaggi. Le sue spoglie sono conservate nella chiesa di San Domenico Soriano in Piazza Dante a Napoli, e in parte presso il santuario di Pescosansonesco. Proprio lì la leggenda vuole che durante un terremoto, la teca si fosse trovata spostata da dove era stata posta, infatti nel luogo iniziale un grosso macigno era caduto. E presso il suddetto Santuario, in un’ala vi è una parete piena di stampelle, appartenute a ragazzi entrati con esse, e usciti senza.