L’ultima di Marino: via i numeri romani nella toponomastica dell’Urbe

Tempi duri per i latinisti. Anzi, durissimi. Dopo aver bandito da alcune scuole lo studio del latino, mentre in altri Paesi, come l’Austria per esempio, continuano a ritenerlo indispensabile per la forma mentis dei discenti e la struttura logica del pensiero, ora lo vedremo scomparire dalla toponomastica. E non in una città qualsiasi, bensì nella nostra Capitale. E’ il frutto dell’ultima elucubrazione deliberativa del sindaco Ignazio Marino, voglioso di passare alla storia come il picconatore di targhe con tanto di numeri romani stampati in grassetto. Per l‘Urbe sarà un fatto traumatico. Ad un primo sommario calcolo, le strade che portano il nome di Papi, re e imperatori, di ponti e piazze intitolate a Pio , Innocenzo, Bonifacio, Vittorio Emanuele, Umberto, Federico di Svezia e via dicendo, sono circa una sessantina.

Roma alle prese con l’ignavia di Marino

Senza considerare che una simile rivoluzione, oltre ad offendere la storia millenaria della Capitale, a oltraggiarne la romanità che affonda le sue radici nel passato, a farne scolorire i simboli identitari che l’hanno resa Eterna agli occhi del mondo intero, e attrattiva per il solo fatto di chiamarsi Roma, complicherà maledettamente la vita dei cittadini. I residenti dovranno modificare carte di identità e documenti. Le bollette dovranno essere corrette. Tutto, spiegano in Campidoglio, per  colpa di una circolare dell’Istat che invita a togliere quei numeri romani dalle tabelle e dalle targhe per “semplificare le cose”. Proprio così hanno scritto nella delibera : semplificare le cose.

Marino e la paura dei numeri primi

Ridicolo. Stucchevole. Come se una circolare qualsiasi potesse imporre, sic et simpliciter, lo sconvolgimento della storia, l’annientamento della cultura, la cancellazione di una tradizione linguistica che ha fornito basi indelebili alla nostra lingua  (e non solo alla nostra). In questa corsa affannosa verso l’abolizione di ciò che è antico nella numerazione romana  per lasciare spazio a scritti in lettere si coglie un tratto della crisi dei tempi nuovi. Alziamo alto un grido : fermiamo questo scempio! Perché non interviene il ministro della Cultura? Si faccia sentire, Franceschini. Al momento, la paura dei numeri primi ha solo reso più scialba la figura di Ignazio Marino.