L’eccellenza di Anton Giulio Bragaglia: una vita nel segno dell’avanguardia

Anton Giulio Bragaglia, classe 1890, ha trascorso la sua intera vita all’insegna dell’avanguardia e della sperimentazione. Scomparve il 15 luglio 1960 dopo un’esistenza intensa, divisa tra arte, teatro, cinematografia, giornalismo, editoria, saggistica: in una parola, cultura. Erano quattro fratelli, e tutti si occuparono di cinema. Bragaglia ereditò in qualche modo la sua natura eclettica dalla famiglia: il padre Francesco era un poeta in vernacolo e direttore artistico della Cines, azienda pioniere della cinematografia, e la madre, Maria Tassi era profondamente legata alla memoria del suo antenato Ennio Quirino Visconti, archeologo e uomo politico. Dopo gli studi, giovanissimo, iniziò a fare l’aiuto regista nell’azienda paterna, collaborando nel contempo su quotidiani e periodici, tra i quali la Stampa di Torino, con articoli sull’archeologia. La sua formazione culturale si arricchì con numerosi viaggi all’estero e gli studi classici: considerava Ludovico Ariosto come uno degli «antenati del cinema». Agli inizi del Novecento, la sua attenzione fu inevitabilmente attratta dal Futurismo (il Manifesto è del 1909), che venne a squassare e destabilizzare un mondo ottocentesco che sarebbe stato definitivamente superato grazie all’azione modernizzatrice e innovatrice del fascismo, movimento al quale Bragaglia aderì, tanto da essere nominato consigliere della Corporazione dello Spettacolo. Ma fu il futurismo il suo primo amore, che egli interpretò a suo modo creando il cosiddetto fotodinamismo, espressione sulla quale scrisse anche un trattato. Quello che lui criticava era la fissità dell’immagine fotografica, alla quale dette vita e movimento tranite innovativi e rivoluzionari accorgimenti tecnici. La conseguenza di questa concezione non poteva essere che il cinema. Nel 1916 girò tre film, uno dei quali, Perfido incanto, è stato definito come il primo film d’avanguardia che sia apparso al mondo. Intanto aveva fondato il mensile culturale La Ruota, a cui collaborarono personaggi del calibro di Prampolini, D’Annunzio, Maeterlink, Kipling, Serao, Di Giacomo, Pirandello, Deledda e altri.

Bragaglia valorizzò sempre i nuovi talenti e fece conoscere al pubblico gli epurati

Nel 1918, insieme col fratello Carlo Ludovico, aprì la Casa d’Arte Bragaglia, in via Condotti, ma che poi si trasferì in una cantina di via degli Avignonesi, necessitando di maggiore spazio. E allestendo questi locali, Bragaglia scoprì le Terme di Settimio Severo, all’interno delle quali l’archeologo futurista, come fu definito, organizzò centinaia di mostre artistiche di ogni tipo: dadaiste, cubiste, futuriste, restrospettive, moderne, classiche, di arte grafica. Bragaglia non si fermava mai. Tanto che nel 1923 esordì il Teatro degli Indipendenti, i cui decori erano stati commissionato a Balla e Depero, in cui Bragaglia propose un testro del tutto nuovo. Divenne un successo enorme: furono rappresentate commedie, tragedie, balli, pantomime, danze, spettacoli di marionette, prosa, poesia; fu l’antenato del music-hall e iniziava alle 21 per terminare alle 8 del mattino seguente. Una vera rivoluzione. Andarono in scenalavori di Pirandello, Alvaro, Vergani, Marinetti, Rosso di San Secondo, Campanile, Strindberg, O’Neill e tantissimi altri. Era quanto di meglio ci fosse in campo culturale a livello mondiale. La sua concezione del teatro moderno fu illustrata nel volumetto Del teatro teatrale ossia del teatro, in cui Bragaglia spiega le coordinate della sua attività di regista sperimentale. Nel 1931 rientrò nel cinema, realizzando il suo unico film sonoro, Vele ammainate. Nel corso degli anni scrisse moltissimi saggi sempre sul mondo del teatro, monografie, politica artistica. Come detto, lavorò con il fascismo, ricoprendo la carica di segretario nazionale scenotecnici nell’ambito della Confederazione fascista dei professionisti e degli artisti. Inoltre, nella sua veste di responsabile culturale del Teatro delle Arti, Bragaglia si adoperò per la valorizzazione di talenti emergenti nonché per far conoscere al pubblico autori e artisti epurati in un primo momento dal Minculpop. Dopo aver messo in scena altri lavori, Bragaglia, negli anni della guerra, si dedicò alla scrittura. Finito il conflitto, sorprendentemente, non fu perseguitato dai vincitori, ma anzi rappresentò l’Italia all’Unesco nei congressi sul teatro. Successivamente fu regista lirico nei principali teatri italiani, girò cortometrsggi, scrisse altre opere, fondò nel 1954 il Piccolo Teatro di Bari e nel 1959 fu eletto presidente dell’Associazione nazionale registi e scenografi. La sua ultima performance fu la messa in scena di Le Maschere di Mascagni, che fu rappresentata nel marzo del 1960 al Teatro dell’Opera di Roma. Fu il suo ultimo succeso, poiché pochi mesi dopo se ne andava. Come scrisse di lui Curzio Malaparte, «bisogna andar col pensiero a quella che, intellettualmente e artisticamente era povera, bigotta, parruccona, provinciale, filistea, piccolo borghese Italia di allora, per capire tutta l’importanza che Anton Giulio Bragaglia, e il gruppo dei giovani intorno a lui, hanno avuto nel rinnovamento dell’arte e della letteratura italiana».