Nepal, il governo ammette: non eravamo preparati, aiutateci

Il ministro delle Finanze nepalese Ram Sharam Mahat ha confermato all’Ansa che il bilancio delle vittime del sisma potrebbe salire fino a 10 mila. Secondo le ultime cifre fornite dal Centro nazionale per le operazioni di emergenza, i morti sono 5.057. Ma non ci sono ancora stime attendibili sul numero di dispersi in quanto molti zone montagnose non sono ancora state raggiunte dai soccorsi. Quattro giorni dopo la tremenda scossa di terremoto che ha stravolto il Nepal, il primo ministro Sushil Koirala ha riunito nella capitale Kathmandu una conferenza dei partiti nepalesi a cui ha rivolto un appello a lavorare uniti in questa drammatica emergenza, ammettendo poi che «le operazioni di soccorso alle vittime non sono state efficaci». Koirala è stato colto dal violento sisma in un viaggio ufficiale in Indonesia, ed ha potuto far ritorno nel Paese solo domenica. Ma fin da subito, di fronte alla vastità del disastro, si è visto che quello che prevaleva non era l’efficienza, ma il caos. Nel suo mea culpa il premier ha riconosciuto anche che il governo ha ricevuto centinaia, migliaia di richieste di soccorso anche dai villaggi più remoti, ma che l’amministrazione è riuscita a fare ben poco in molte aree per la carenza di macchinari e di personale addestrato a questo tipo di disastri. «Siamo un Paese con pochi mezzi, ma con l’aiuto della comunità internazionale riusciremo a risorgere», ha detto ancora Koirala in un breve incontro al termine di un discorso alla Nazione.

Nepal, il governo recita il “mea culpa” e si appella al mondo

Anche il ministro dell’Interno, Ban Dev Gautam, ha scelto di battere la stessa pista dichiarando ai giornalisti che «non eravamo preparati per una tragedia di queste dimensioni e peraltro non abbiamo le risorse necessarie per farvi fronte e per questo avremo bisogno di più tempo per raggiungere tutti quelli che hanno bisogno di aiuto». È stato Emilio Bucci, un muratore italiano di 38 anni impegnato con una ditta italiana che costruisce in Nepal un acquedotto a sintetizzare in queste ore su Facebook la situazione. «Fate presto – ha scritto – qui è un macello: la gente muore sotto le macerie e i superstiti vivono in una situazione infernale». Dopo la scossa di magnitudo 7.9 di sabato, la situazione è andata via via migliorando per l’arrivo di team e aiuti internazionali. Con il particolare, però, che i soccorritori indiani, cinesi, francesi e americani hanno privilegiato all’inizio soprattutto i luoghi dove si trovavano turisti stranieri, nelle città d’arte, nelle zone dei trekking himalayani o vicino all’Everest. La popolazione ha visto volare nel cielo gli elicotteri che trasferivano persone ferite e cadaveri, ha detto un membro di una ong nepalese di prima linea, i velivoli andavano su e giù ma non si fermavano nei poveri villaggi travolti dalle valanghe di terra e fango. E secondo i media nepalesi, molte zone vicine all’epicentro nel distretto di Gorkha sono ancora prive di aiuti. Alla fine proprio l’assenza di coordinamento e di personale preparato alle emergenze ha fatto sì che anche gli interventi più facili di distribuzione di acqua, cibo e tende a Kathmandu sono diventati molto difficili, e la gente si è lamentata con la stampa nazionale e internazionale di essere stata abbandonata a se stessa.