L’ultima trovata del governo: la “cultura” Rom nei programmi scolastici

Poveri studenti! Non bastavano le innumerevoli “educazioni (alla corretta alimentazione, alla sicurezza stradale, alla legalità, alla solidarietà, alla sessualità – etero, omo, gender – e via elencando)” loro imposte da una malintesa modernità della scuola. No, non bastavano perché alla fine ce n’è sempre un inventore più alla moda capace di scovare l’ultima tendenza del politically correct e di elevarla immediatamente al rango di materia di studio. E così ora è il turno di «uno spazio dedicato alle minoranze, per allontanare l’idea che gli “zingari” sono solo quelli che rubano, che portano via i bambini e che fanno accattonaggio».

La responsabile Pari opportunità di Renzi: «Non tutti i Rom rubano»

Un’idea a dir poco luminosa, per altro non partorita da un docente o ad un dirigente ministeriale qualsiasi ma nientepopodimeno che dalla consigliera di Renzi in materia di Pari opportunità, Giovanna Martelli, che l’ha snocciolata in occasione della Giornata internazionale dei Rom. Vista la fonte, si può star tranquilli che la “luminosa idea” passerà col risultato di assottigliare ulteriormente quel che resta dei  programmi tradizionali a vantaggio di quelli “moderni”. Basterà tagliare un altro “pezzo” della Gerusalemme liberata o eliminare dai programmi di storia la Rivoluzione francese e sostituirli con nozioni sugli usi e consumi dei Rom per incassare l’orgogliosa certezza di aver innaffiato a dovere la democratica coscienza dei cittadini di domani. Che, poi, tutto questo, nella competizione ormai globale fra saperi, servirà a poco o a niente, è solo un trascurabile dettaglio. Vuoi mettere l’impatto formativo di un moderno flash mob pro-ambiente con la vecchia Festa degli Alberi? Oppure vogliamo confrontare una dotta lezione sul rispetto delle minoranze (etniche, sessuali, religiose) con il solito canto della Divina Commedia o della triste poesia di un Leopardi? Suvvia, sarebbe come voler far gareggiare in velocità una biga romana con una Ferrari.

La scuola italiana affossata dalla demagogia del “politically correct”

Ironie a parte, le parole della Martelli confermano quel che già si dice e si scrive da tempo: la scuola italiana non è più nulla. Non è più una fabbrica di saperi, non è più un’agenzia educativa e/o formativa e – alla luce della nostra stasi demografica – neppure è più un ufficio di collocamento per docenti. Di essa sopravvive solo una traballante organizzazione, basata su una malintesa autonomia che voleva trasformare i presidi in manager e alla fine li ha ridotti a burocrati di quart’ordine. All’interno di questa scuola prosperano sindacalisti in distacco permanente effettivo e docenti rimasti tali solo di nome ma non nella funzione, attratti come sono dalle risorse dei cosiddetti “progetti incentivanti”, cioè altri soldi dispersi per finalità diverse se non addirittura opposte a quelle per cui si mandano i figli a scuola. Persino scontato, dunque, che a far da perno in una scuola siffatta non siano più le terzine dantesche o gli endecasillabi del Tasso o dell’Alfieri bensì astruserie come pari opportunità, educazione alla diversità o alla tolleranza. Poi, però, non lamentiamoci  se la società si deprime culturalmente fino a perdere del tutto gli anticorpi e la capacità di reazione. Ce ne accorgeremo, forse, quando ci sorprenderemo a scandalizzarci e a spaventarci solo per il fatto che qualcuno abbia chiamato un rom “zingaro”, anche se quel rom o “zingaro” avrà rubato. Ma, a quel punto, sarà troppo tardi.