Mattarella, ecco tutti gli scheletri che ha nel suo armadio

E dagli archivi del recente passato spuntano gli scheletri nell’armadio di Sergio Mattarella, il favorito del centrosinistra per la corsa al Quirinale beatificato da un endorsment di parte che ieri, tra santificazioni mediatiche di parte e più che benevoli dichiarazioni istituzionali, ha avuto la sua summa nella benedizione impartita dal suo fresco predecessore, Giorgio Napolitano. Peccato che le “fazioni” di parte abbiano la memoria corta: così, a rinfrescarla provvedono soprattutto Il Tempo e Libero, che in due diversi ritratti a tinte fosche sul candidato del Pd al Colle, rievocano scomodi episodi relativi all’uomo politico: dallo sbianchettamento sospetto di bozze relative al dossier Mitrokhin, fino a quelle “relazioni pericolose” intrecciate dal fratello meno noto di Sergio Mattarella, Antonino.

Le inchieste sulla famiglia

Tutte inchieste che macchiarono il blasone politico di famiglia e chissà perché tempestivamente dimenticate. Ricordi non funzionali chiusi fuori dalla porta del nostro recente passato parlamentare, e che oggi rientrano dalla finestra dell’attualità: zone d’ombra su cui solo una parte della stampa cerca di fare luce. Come Libero che in queste ore, in uno dei suoi speciali dedicati all’agone presidenziale, prende in esame quella che ha investito Antonino, il fratello del candidato che tanto piace all’ala democristiana del Pd per il suo low profile a tinte grigie. Il meno noto congiunto del politico italiano tornato alla ribalta negli ultimi giorni, balzò agli «onori delle cronache – scrive il quotidiano diretto da Belpietro –  alla fine degli anni Novanta nell’ambito di un’inchiesta della procura di Venezia per riciclaggio di denaro e associazione mafiosa. Procedimento poi archiviato nel 1996 per mancanza di prove». Per gli inquirenti al lavoro su quella difficile indagine, Antonino avrebbe convogliato a Cortina un’ingente massa di soldi sporchi, riconvertendo in multiproprietà alcuni grandi alberghi». Un coinvolgimento indiretto, certo: e allora, sempre in tema di scandali passati il quotidiano ricostruisce come a «macchiare l’immagine di Sergio invece c’è la confessione di aver accettato, alla vigilia delle Politiche del 1992, un contributo elettorale di tre milioni di lire – sotto forma di buoni benzina – dall’imprenditore agrigentino Filippo Salamone, noto in Sicilia per essere vicino a Cosa Nostra».

I sospetti sul dossier Mitrokhin

Venendo a questioni più strettamente parlamentari, invece, Il Tempo rispolvera i fasti e le nefandezze dei tempi della commissione Mitrokhin. Il sospetto su quella che Napolitano, pesantemente in campo anche ora che è ufficialmente in panchina, ha sponsorizzato fino a poche ore come «persona di assoluta lealtà, correttezza, coerenza democratica e alta sensibilità costituzionale», risalgono sempre alla fine degli Anni Novanta, esattamente al 1999 e riguardano, appunto, il famoso dossier Mitrokhin, il noto archivio che prende il nome da un ex funzionario dei servizi sovietici contenente le attività illecite del Kgb in Italia. All’epoca dei fatti che il quotidiano romano rivisita, Sergio Mattarella era vicepresidente del Consiglio dei Ministri con premier l’ex comunista Massimo D’Alema, con delega ai servizi segreti. Nel Paese irrompe la notizia dell’esistenza di documenti dirompenti. «E per far luce su quando i vertici di quel governo seppero del dossier – ricostruisce Il Tempo –  sul perché non fu informata per tempo la magistratura italiana, sul chi e come «corresse» le bozze del libro su quell’archivio e sul perché si fece in modo che l’archivista Mitrokhin non venne ascoltato dal Sismi, venne istituita, qualche anno dopo, una commissione d’inchiesta parlamentare presieduta dal senatore Paolo Guzzanti. E fra le molte persone sentite ci fu anche Mattarella». Il quale, tra contraddizioni, smentite e sbalzi temporali, in diverse audizioni sostenute di fronte alla commissione, come ricostruisce il quotidiano romano replicò in maniera poco convincente con argomenti che tamponarono sul momento, ma non chiusero la falla dei tanti interrogativi a lungo rimasti senza risposta. La sentenza definitiva sul giallo dello sbianchettamento, poi, l’avrebbe pronunciata anni dopo, nel 2004, un altro illustre presidente della Repubblica, il picconatore Francesco Cossiga che, sul dossier Mitrokhin disse, come riportato in chiusura dal quotidiano di piazza Colonna: «Chi è stato? I servizi segreti. Su ordine di chi? Il più adatto, ovvio, era Sergio Mattarella»…