La tredicesima va in tasse, ma Renzi attacca il pessimismo dei talk show

«I nostri editorialisti, i talk show guardano al presente con disperazione. se continuiamo di questo passo non andremo da nessuna parte». Cosicché Matteo Renzi a pochi giorni dalla chiusura del fallimentare semestre italiano di presidenza della Ue non trova di meglio da fare che prendersela con le trasmissioni di intrattenimento. Dito puntato e spianato contro i sacerdoti della notizia. Quegli stessi che prima sono stati così bravi a spianargli la strada cavalcando l’antipolitica, moltiplicando il disgusto e i malesseri adesso per favore stiano buonini e in silenzio. Vadano in ferie. Prendano un periodo sabbatico, ma lascino stare analisi politiche e catastrofi varie. Anche perché altrimenti la colpa sarà loro.

Un ritorno al passato

Sai che novità? Altro che rottamazione. Qui siamo ad un vero ritorno al passato. Il Pittibimbo di Dagospia,  dalla vetrina dell’Italian Innovation Day a Bruxelles,  è tornato a sostenere, né più né meno, quello che i vari Andreotti, Forlani, Gava, De Mita e compagnia cantando asserivano con forza oltre vent’anni addietro. Una specie di endorsement per la tv casalinga zeppa di film, fiction e documentari, partite di pallone comprese, e  per contro di dannazione maxima per chi si incaponisca a voler spiegare quel che accade in politica o, come si sarebbe detto un tempo, a sfruculiare il manovratore. Per cui l’anatema: attenti!

Semestre pieno di parole e vuoto di fatti

Reduce insomma da un semestre pieno di tante, tantissime parole e promesse, ma completamente e drammaticamente vuoto di fatti, senza che uno che sia uno dei problemi che ci affliggono sia stato incanalato a soluzione, l’affabulatore pieno di boria di Palazzo Chigi ha individuato il nuovo nemico. E ha spiegato con quel suo ciglio irto e quella prosopopea che mai l’abbandona che in Italia si può e si deve “pronunciare la parola futuro”. Ma certo che si può. Vaglielo a raccontare ai cassaintegrati, agli esodati, alle casalinghe sempre più disperate, ai giovani che il lavoro non lo vedono neppure col binocolo. Ma pure a quelli che il lavoro ce l’hanno e se lo tengono stretto. Quelli che hanno visto la tredicesima svanire nel turbinio di tasse da pagare in questa fine d’anno. Ecco: se la parola futuro evoca speranza siamo noi a voler sperare. Che questo fantastico chiacchierone si taccia. Almeno a Natale.