40 anni fa usciva La Voce della Fogna, tentativo di nuova cultura fascio-pop…

Uscì nel dicembre del 1974 il primo numero del periodico irriverente La Voce della Fogna di Marco Tarchi, oggi politologo affermato ma ieri dirigente ribelle del Fronte della Gioventù. Quarant’anni fa un mondo sotto assedio riusciva ad esprimere satira e leggerezza, soprattutto riusciva a ridere di se stesso. Oggi ci sarebbe un gran bisogno di studiare a fondo esperienze come quella della Voce della Fogna.

Una risata li seppellirà

La violenza in quegli anni si respirava con la politica. La satira serviva proprio per destrutturare l’odio. “Perché le fogne? -scriveva il ventiduenne Marco Tarchi – tutto fuori puzza! Orrendo è il fetore dei mezzi di disinformazione, che presto scopriranno un grave attentato fascista anche negli asili… se la superficie puzza, il profumo si è rifugiato nelle fogne”. La funzione di quel foglio underground – hanno scritto Luciano Lanna e Filippo Rossi in Fascisti immaginari – fu di fare uscire le “carogne” dalle “fogne” dando spazio a fumetti, vignette, musica rock, cultura pop, cinema d’avanguardia. Leggevi la VdF e ti sentgivi “pertcipe del tuo tempo”. Tarchi si ispirò al foglio satirico Alternative di Jack Marchal, cui spetta il copyright del celebre topo di fogna fascista che appariva sulle prime pagine del mensile.

I topi di fogna e i campi Hobbit

Gli stessi “topi” da cui si sentirono rappresentati i partecipanti ai Campi Hobbit. Il bilancio del primo Campo sulla Voce della Fogna cominciava così: “Non più razza da zoo, ci siamo emancipati. Non dispiaccia ai censori se abbiamo ritrovato la gioia di capire cos’è altro-da-noi. Nessuno da emulare, molte cose da prendere, qualcuna da insegnare”. Chi si dispiaceva erano i vertici del Msi, che scrutavano con occhiuta diffidenza quella gioventù indisponibile alla ferrea disciplina di partito e critica nei confronti di uno sterile nostalgismo. Ma c’erano anche ragioni interne, e cioè il fatto che Tarchi era esponente di punta della corrente che faceva capo a Pino Rauti e che mirava a togliere la segreteria al leader indiscusso Giorgio Almirante. In ogni caso grazie anche all’esperienza di giornali come la Voce della Fogna all’esterno i media si accostarono ai fermenti giovanili a destra superando per una volta i logori cliché dell’antifascismo militante. Giovanni Forti sull’Europeo scriverà che quei giovani invece del Mein Kampf leggevano Il Signore degli Anelli. Erano i giovani che ambivano – e in parte ci riusciranno – a superare per sempre il reducismo fascista.

La rivoluzione impossibile?

Lo stesso Marco Tarchi, scrivendo di quell’esperienza, così ne traduce il senso: “Si constatava una realtà: la rude emarginazione quotidiana. Ma dall’underground delle catacombe qualcosa può nascere. Una neolingua da inventare, che prendesse le distanze dal destrese sezionale senza ricalcare i fonemi dell’avversario, tre pagine di fumetti, la voglia di far vedere che anche in materia di cinema, di musica rock, di costume, il diritto di esprimerci non poteva esserci negato. Incomprensioni, ostracismi, curiosità. E la sorpresa di aver sfondato, coagulando quel che fra le righe di tanti giornaletti ciclostilati era qua e là comparso, riprendendo il gusto di sghignazzarsi addosso, di scollarci di dosso il tetrume delle occasioni ufficiali”. (Marco Tarchi, La rivoluzione impossibile, Vallecchi).

L’espulsione di Marco Tarchi

Il giornale costò l’espulsione a Marco Tarchi per un articolo che peraltro non fu scritto da lui ma, come si seppe dopo, da Stenio Solinas. L’episodio, come racconta Marco De Troia nella sua storia del FdG (Fronte della Gioventù, Settimo Sigillo) “prese le mosse da un articolo apparso sulla VdF ritenuto alquanto irriguardoso nei confronti dei dirigenti missini. Nell’articolo incriminato si metteva alla berlina, senza mezzi termini, l’intera classe dirigente del partito, ridicolizzandola”. Tarchi, che all’epoca era membro del comitato centrale del Msi, fu dichiarato decaduto da iscritto.  Ebbe comunque il merito, anche con gli amici che con lui collaboravano al suo progetto politico, di gettare un seme, di aprire nuove possibilità a una destra che oscillava tra perbenismo e scontri di piazza. Quali gli obittivi? il rifiuto del materialismo – spiegherà poi lo stesso Tarchi – “ma il registro in cui declinarlo è l’anticonsumismo piuttosto che che l’anticomunismo, e alla base della ribadita opposizione all’individualismo non c’è il desiderio di affidarsi a un paternalistico Stato forte bensì la speranza di superare l’egoismo e le sperequazioni sociali che ne discendono tramite una spontanea rifioritura di rapporti comunitari e la riscoperta della solidarietà”.