Quando Vincenzo Costa donò la Bandiera della Rsi ai giovani missini

Con l’inizio del decennio Settanta, cominciavano in Italia i cosiddetti anni di piombo. Sarebbero finiti solo negli anni Ottanta inoltrati, dopo migliaia di vittime. A Milano si stava male, per chi non era dalla parte giusta, ossia quella dei democratici e degli antifascisti: aggressioni da parte dell’ultrasinistra, intimidazioni, violenze, sezioni missine messe a fuoco. E poi, più tardi inizio della persecuzione giudiziaria contro tutto il Msi da parte della procura meneghina, per fortuna fallita, e gli omicidi politici di Sergio Ramelli ed Enrico Pedenovi. Ebbene, in questo contesto terribile, il comandante Vincenzo Costa, del quale ricorre oggi il quarantennale della morte, nella sede dell’Unione nazionale dei combattenti della Repubblica sociale (Uncrsi), consegnò la bandiera dell’Onore ai militanti della Giovane Italia (l’organizzazione giovanile missina fino al 1971) quale simbolo di continuità della lotta ideale. Negli archivi fotografici del Secolo (oggi purtroppo inaccessibili) ci dovrebbe essere un’immagine dell’evento. Successivamente quel gesto è stato quasi dimenticato, anche dagli stessi missini. Meno dimenticato è invece Vincenzo Costa, ultimo federale fascista di Milano, combattente della Repubblica sociale, autore di importanti memorie sulla sua esperienza, memorie utilizzate anche dallo storico Renzo De Felice.

Volontario nella Grande Guerra

Costa camminava insieme al secolo, essendo nato a Gallarate, nel Milanese, nel 1900. Ma cominciò presto: a 17 anni falsificò i documenti e ottenne di raggiungere il padre al fronte, nel 5° reggimento Alpini. Nel 1919, partecipò all’adunata in piazza San Sepolcro, a Milano, dove, di fronte al sindacalista Cesare Rossi, futuro quadrumviro del Partito nazionale fascista, aderì ai Fasci italiani di Combattimento. Fu arrestato diverse volte per attività in favore dei fascisti, tra cui il sostegno a D’Annunzio nelle sue imprese. Dopo l’avvento del fascismo, Costa servì il Paese occupandosi di assistenza sociale e sindacalismo, senza occupare mai posti di rilievo, malgrado le sue strette conoscenze con tutti i capi, da fscista della primissima ora qual era. La sua unica carica ufficiale nel ventennio fu quella di segretario del Fascio del quartiere popolare milanese di Rogoredo, dove riuscì a portare acqua potabile, gas, luce ed i più moderni servizi di quei tempi.

Ultimo federale di Milano con la Rsi

Nel 1940 riprese le armi e, dopo la morte di Aldo Resega, divenne Federale di Milano del Partito fascista repubblicano. Fu l’ultimo in questo incarico. Fu arrestato il 27 aprile del 1945 mentre era diretto al nord con una colonna di soldati. Al momento del fermo, preso da sconforto per il “si salvi chi può” che interessò la maggioranza degli italiani, tentò il suicidio, ma la pistola gli fu strappata di mano. Fu prcessato e condannato. Imprigionato, uscì dal carcere solo nel 1949. Immediatamente fondò un comitato per le onoranze ai Caduti e dispersi della Repubblica sociale. Nel 1966 dette vita al Campo Dieci, il Campo dell’Onore, quello stesso campo dove, quaant’anni fa, volle essere sepolto. Ha lasciato due libri e alcuni scritti: L’ultimo Federale. Memorie della guerra civile (1943-1945) e La tariffa, entrambi per Il Mulino, e Io non ho tradito.