Per favore, non chiamateli kamikaze: quelli di 70 anni fa colpivano solo obiettivi militari

Non chiamiamoli kamikaze: i terroristi fondamentalisti che negli ultimi anni – e ancora oggi – si fanno esplodere su autobus, fast food, piazze, grandi magazzini, strade, insomma nei luoghi frequentati da civili, non hanno nulla dei latori del “vento divino” ( questo significa la parola kamikaze) che settant’anni fa si sacrificano colpendo obiettivi militari nemici che minacciavano la loro nazione. In comune hanno soltanto il suicidio. Ma lo scopo era profondamente diverso. In Giappone oggi la parola kamikaze indica solamente un certo tifone che nel Medio Evo salvò il Paese dall’invasione dei mongoli di Kublai Khan. Per indicare i giovani patrioti che si sacrificarono si usa la parola Tokkotai, “unità di attacco speciale”. Che poi non furono solo i famosissimi “Zero”, i caccia nipponici carichi di esplosivo che si abbattevano sulle navi americane, no, ci furono anche delle meno conosciute imbarcazioni che – parimenti cariche di esplosivo – si lanciavano sulla flotta alleata. Come è noto, la pratica kamikaze non cambiò le sorti della guerra, ma colpì profondamente l’immaginario collettivo mondiale, sensibile al sentimento di totale abnegazione che questi giovani dimostrarono.

Il 21 ottobre del 1944, nel pieno della battaglia di Leyte, nelle Filippine, ci fu il primo attacco kamikaze di aviatori giapponesi che sacrificarono la loro vita per «l’Imperatore e l’Impero». Appena quattro giorni dopo, il 25 ottobre, nel golfo di Leyte ci fu la prima missione senza ritorno della “Kamikaze special attack force”, l’unità specializzata che fu emulata numerose volte nell’ultimo anno della Seconda guerra mondiale. Dopo la battaglia di Midway nel 1942, persa dalla Marina Imperiale giapponese, gli alleati iniziarono un’inesorabile avanzata verso le isole nipponiche con battaglie sanguinose combattute isola per isola. Due anni dopo, nel 1944, apparve chiaro che la potenza economica e industriale degli Stati Uniti stava volgendo le fasi della guerra a favore degli alleati: i caccia bombardieri erano migliori, non avevano problemi di benzina né di munizioni, e i piloti erano sempre più numerosi. E soprattutto gli americani avevano aerei in grado di colpire direttamente il Giappone partendo dal territorio statunitense (i B-29, le cosiddette fortezze volanti), mezzi di cui Tokyo non disponeva. Nell’ottobre di quell’anno c’erano solo 40 aerei giapponesi a fronteggiare la poderosa offensiva alleata. Fu allora, secondo la storia, che il comandante della prima flotta erea Takijiro Onishi, in un briefing militare, pronunciò la frase: «Non penso che ci sia un’altra maniera di eseguire l’operazione che mettere una bomba da 250 chili su uno Zero e farlo sbattere contro una portaerei per metterla fuori combattimento per una settimana». Va appena ricordato che a quei tempi non c’erano velivoli né mezzi radiocomandati o droni o nulla del genere: se si voleva fare qualcosa, bisognava farlo personalmente. E poiché i piloti veterni erano necessari per difendere in futuro il suolo nipponico, fu chiesto a degli studenti abili al volo la disponibilità per queste missioni suicide. Ebbene, tutti gli studenti indistintamente si offrirono e il tenente Yukio Seki, primo comandante della unità di attacco speciale disse commosso al superiore: «La prego di lasciarmelo fare». Cultura, storia e mentalità profondamente diverse dalle nostre, visioni e religioni diverse. Non a caso quando il Giappone si arrese ci furono in tutto il Paese migliaia di suicidi rituali, perché la resa non è contemplata nella mentalità giapponese. Comunque sia, nacque proprio settant’anni fa il primo reparto kamikaze, composto da 24 piloti, tutti intorno ai vent’anni. L’Unità d’attacco speciale Tokkoutai era a sua volta divisa in altre quattro unità: Unità Shikishima (Isola bella), Unità Yamato (Razza giapponese), Unità Asahi (Sol levante) e Unità Yama-zakura (Fiori di ciliegio selvatico di montagna). I nomi furono presi da un poema patriottico giapponese del XVIII secolo. Iniziarono così gli attacchi, che furono migliaia, contro gli alleati. A onor del vero, il primo attacco kamikaze in assoluto fu effettuato il 21 ottobre da un pilota mai identificato contro l’ammiraglia della Marina Reale australiana, l'”Australia”: la bomba non esplose ma cifurono 30 morti tra l’equipaggio. L'”Australia” fu colpita altre sei volte, nei mesi successivi, da attacchi kamikaze, ma non affondò mai. Affondò invece la sua portaerei di scorta, l’americana “Uss St. Lo”. Ci furono, fino al 1945, almeno duemila attacchi kamikaze, e i volontari erano sempre più numerosi degli aerei disponibili: addirittura negli ultimi mesi i giapponesi concepirono un aereo senza dispositivi di atterraggio… Il culmine dell’attività kamikaze fu raggiunto il 6 aprile 1945, quando i giapponesi lanciarono l’operazione “Crisantemi galleggianti” condotta da centinaia di piloti suicidi. Alla fine della guerra erano morti quasi 4000 giovani kamikaze, che avevano affondato un’ottantina di navi e danneggiato circa 200, per un totale di 5000 vittime e altrettanti feriti. Negli anni successivi, grazie anche all’industria di Hollywood, si è appreso che c’era un cerimoniale sacro che accompagnava i giovani prima della loro missione: dall’utilizzo della celebre bandana bianca con dei simboli sacri chiamata hachimaki, al fatto che passavano in volo davanti la montagna Satsuma Fuji, e che salutandola essi salutavano il loro Paese e le loro famiglie. Testimoni dell’epoca sostengono anche che dagli aerei lanciassero fiordalisi. Ma l’esito della guerra non mutò.

Alla toccante e tragica vicenda dei kamikaze sono stati dedicati film, libri, opere d’arte, canzoni, poesie. Il cantautore Skoll ha addirittura dedicato loro un’opera rock, “Sole e Acciaio”. E la loro memoria sopravvive ancora oggi, seppure in un’accezione completamente diversa da quella che loro vollero interpretare: i kamikaze odierni sono molto lontani dai principi cardine della vita del samurai e del suo codice, il Bushido: lealtà e onore fino alla morte.