Le parole shock di un cantante indiano: «Le donne in jeans inducono allo stupro»

Nell’India che vorrebbe darci lezioni di diritto e civiltà, nel Paese che tiene prigionieri i nostri due marò in attesa di un processo dal 17 febbraio 2012, nel Paese dove 92 donne in media al giorno vengono violentate, si aggiunge un altro orrore: le terrificanti parole di un famoso e anziano cantante di musica classica indiana, K.J. Yesudas, che ha avuto il coraggio di affermare che «le donne non dovrebbero portare i jeans», perché indurrebbero gli uomini «a immaginare ciò che c’è sotto» e in qualche modo «provocherebbero» gli stupratori. La dichiarazione, ampiamente riportata dai media indiani, ha naturalmente sollevato un coro di proteste da parte di diversi gruppi giovanili e di femministe, soprattutto in questo momento in cui l’India è al centro dell’attenzione mondiale per le violenze quotidiane contro le donne. Le parole sconcertanti di questo che dovrebbe essere definito un bruto più che un artista ha in pratica avallato la furia contro le donne che impazza nel Paese quotidianamente: «La nostra cultura – ha infatti detto il 74enne cantante parlando a una funzione in Kerala – implica che la bellezza deve essere nascosta. Le donne non dovrebbero importunare gli uomini indossando i jeans». Il dramma vero è che Yesudas è considerato una “leggenda vivente” tra gli indiani e questo spiega molte cose. Questa “leggenda” ha poi rincarato la dose e, riferendosi proprio all’ondata di stupri, ha aggiunto che le donne «non dovrebbero costringere gli altri a compiere azioni non volute mostrandosi con i jeans». Le parole si commentano da sole e da molte parti reazioni indignate chiedono al cantante, vissuto molti anni negli Usa, di ritirare le sue parole. «I suoi commenti retrogradi – ha tuonato la presidente della sezione locale del partito laico del Congresso Bindu Krishna – non sono degni di una società civile». Questo è certo. Non c’è un solo posto in cui una donna indiana possa sentirsi al sicuro dagli stupri commessi nell’indifferenza del resto dell’autobus o di un vicino di casa, o dell’insegnante di turno. Queste parole che indicano che anche la pietà è morta avviliscono una volta di più al pensiero di Latorre e Girone, intrappolati nelle maglie diplomatico-processuali di un paese come l’India e vittime dell’incapacità dei nostri governi incappaci di usare gli attributi con un paese come questo.