Il mitico Lucio come l’Inno di Mameli. Dopo decenni di indifferenza, ora tutti lo celebrano

Lucio Battisti è come l’Inno di Mameli. A un certo punto, dopo averlo trascurato o addirittura ostracizzato, tutti lo rivendicano. I brandelli della sinistra, le ultime roccaforti della destra e in mezzo tutto un mondo depoliticizzato, nato e cresciuto impolitico, allergico alla politica alta e bassa. L’operazione è ferragostana (della serie: quelle polemiche che durano poche ore, sotto l’ombrellone) e se ne fa portabandiera Il Fatto. In prima pagina oggi c’è lui, Lucio da Poggio Bustone, quello accusato dalle “zecche” di avere finanziato Ordine Nuovo e idolatrato dai “fasci” per il volo immaginario sui “boschi di braccia tese”. Ma il cantautore è ormai diventato “mito”, scrive il quotidiano di Travaglio e Padellaro e, come tale, è di tutti e di nessuno. Ma, soprattutto, è eterno o, si direbbe in politichese, “trasversale”. Battisti capace di sublimare l’amore come nessun altro (con l’aiuto di Mogol che adesso scrive le parole dell’inno lombardo…). Battisti che in tv risponde così a chi lo critica per non essere un cantautore impegnato: “Impegnato io? Io sono un uomo tranquillo”.  Ed essere “tranquilli”, in certi decenni arroventati, significava essere “nemici”. Tutto dimenticato, tutto superato (e meno male). Anche se resta quell’anticonformismo di testi a atteggiamenti che fece dire e che fa dire “Battisti, uno di noi”. Ma il bluff, per quanto affascinante, è sempre un bluff. E Il Fatto non imputa nulla ai “camerati”. Non sono stati loro a mettere le mani su Battisti ma sono stati i “sinistrorsi”, le “noiose femministe”- parola di Andrea Scanzi – a voltare le spalle a quella musica folgorante, a quelle parole che si attaccano al cuore. Bacchettate ai compagni anche da Walter Veltroni, che dice basta alle etichettature, basta per tutti i “grandi”, da Pound a Battisti. Discorsi già fatti (ma quanto interiorizzati da una parte e dall’altra?). Discorsi che è bene ripetere. Anche se a ridosso di Ferragosto. Anche se per alcuni suonano sempre come un “canto brasileiro”.