Sos per il made in Italy: un report di Fareambiente denuncia l’aumento delle frodi alimentari

A riguardare spot e cartellonistica dedicati al cibo negli anni Sessanta se ne ricava l’immagine di un Paese sano, pronto a crescere – nell’euforia del boom – nel culto della qualità rigorosamente made in Italy. Negli anni, poi, la gastronomia di casa nostra ha sofisticato il suo percorso, affinando il gusto e aprendo culturalmente alla contaminazione erudita. Quindi la globalizzazione ha fatto il resto. E il risultato odierno è quello di un brand italico indebolito dalla nomenclatura europea, fiaccato dalla recessione che lo ha costretto alla svendita continua dei più blasonati prodotti casalinghi, massacrato dal virus – a rischio endemizzazione – della contraffazione. E allora, dopo i tarocchi siciliani soppiantati dalle arance tunisine. Le pesche bianche d’origine africana. I pomodori importati dalla Cina. Dopo i falsi d’autore dei formaggi tipici della nostra tradizione casearia, il riso vietnamita e un classico della nostra storia culinaria, la pizza, oggi sempre più ibridizzata in nome del meeting-pot gastronomico e in virtù degli obblighi dell’import-export – (e dunque non più frutto dell’originale mistura di farina, pomodoro, mozzarella e olio d’oliva rigorosamente made in Italy, ma furbesco miscuglio degli stessi ingredienti provenienti da Cina, Albania, Tunisia, senza alcuna indicazione per i consumatori), la lista del finto made in Italy si allunga preoccupantemente. Tanto che, dai sequestri di finto Montepulciano d’Abruzzo a quelli di latte di provenienza impossibile da tracciare, non c’è alimento tipico della nostra produzione nazionale che non subisca quotidianamente qualche tentativo di contraffazione, con il 2013 che ha visto aumentare tutti gli indicatori di riferimento, dai sequestri alle denunce. E il quadro degli illeciti, tracciato dal rapporto annuale di Fareambiente, è a dir poco inquietante, con un elemento in evidenza: un aumento esponenziale della tendenza a falsificare le etichette, la maniera più semplice di ingannare il consumatore.

E le cifre del raggiro sono a molti zeri: a fronte di controlli effettuati dai Nuclei Antifrodi dei Carabinieri (Nac), i numeri presentati dal rapporto denunciano per il 2013 quasi 10.000 tonnellate di prodotti sequestrati, con un aumento del 30% dei casi rispetto all’anno precedente, e oltre 3 milioni di etichette illegali accertate. A questi si aggiungono gli sforzi di tutte le altre forze dell’ordine, dai Nas che hanno effettuato 39.308 controlli soprattutto nel settore ristorativi, alla Gdf con oltre 12.000 tonnellate e 280.000 ettolitri di prodotti confiscati, passando per le operazioni del Corpo Forestale e delle Capitanerie di Porto. Con un’inaspettata sorpresa: all’interno del “disastro” descritto dal rapporto, con sequestri e denunce in tutta Italia, un’“isola felice” sembra essere paradossalmente quella della Terra dei fuochi, con i controlli dell’Ispettorato centrale della tutela della qualità e repressione frodi dei prodotti agroalimentari (Icqrf) che hanno mostrato un tasso di irregolarità inferiore a quello del resto d’Italia.

«La questione delle frodi alimentari è fondamentale – ha commentato valutando la situazione il senatore Maurizio Gasparri durante la presentazione del report – e dimostra come si faccia spesso attenzione a mille cose, e poi si trascura la tutela della prima risorsa ambientale che è la persona. Magari si sta attenti a una siepe e non a quello che si mangia». Mandando giù, peraltro, il boccone amaro della truffa che, beffa dopo beffa, denunzia dopo denuncia, rosicchia giorno dopo giorno un pezzo di credibilità del marchio che ci rende (rebbe) unici al mondo…