Riforme, il Pd gioca a rimpiattino con Grillo ma non gli concede nulla. Forza Italia alla prova dell’unità

“Il premio di maggioranza è condizione di governabilità. Se ci sono solo cinque parlamentari di differenza tra maggioranza e opposizione, la tenuta della maggioranza parlamentare dipenderà dal raffreddore degli eletti: non possiamo accettare una maggioranza che sia in balia dell’aspirina (o, se la citazione vi ricorda qualcuno, dal Maalox). Ecco perché vogliamo un premio di maggioranza più consistente di un misero 2%”. Tra ironia e serietà, il Pd risponde così al M5S, che aveva aperto sul premio di maggioranza, rilanciando l’ipotesi di un accordo che potrebbe arrivare per effetto di un ulteriore incontro. «Siamo d’accordo nell’incontrarci di nuovo e vi diamo la disponibilità per le giornate di giovedì o venerdì. Va bene presso la Camera, va bene in streaming, fateci sapere», comunica Matteo Renzi. 

Il Rottamatore non manca di far capire che in caso di difficoltà sarebbe dunque pronto il “forno” di Beppe Grillo, una carta di riserva, una extrema ratio: la lettera con la quale il premier ha invitato i 5 Stelle ad un nuovo incontro sulla legge elettorale, a ben vedere, ribadisce punto per punto la validità dell’impianto del governo. Le poche aperture riguardano l’immunità dei senatori, limature alle soglie di sbarramento e al premio di maggioranza (”condizione della governabilità”): ma quando Renzi sottolinea che in fondo i grillini dissentono da lui solo su un punto (peraltro decisivo come l’elezione indiretta dei senatori) e pone paletti temporali stringenti sull’approvazione del pacchetto entro il 2014 (Italicum) e 2015 (riforma del Senato e del titolo V), sembra circoscrivere la portata del negoziato al piano degli emendamenti parlamentari.

Luigi Di Maio, capo degli ambasciatori del M5S, andrà a vedere le carte per ”non dare alibi al Pd”, ma se l’obiettivo dei 5 Stelle resta quello di silurare il patto del Nazareno è chiaro che la cosa è possibile solo con la collaborazione dei dissidenti berlusconiani. Ciò spiega l’importanza delle due assemblee parallele dei democratici e dei forzisti che si svolgeranno domani, entrambe alla presenza dei rispettivi leader. Ma mentre nel caso del premier la blindatura del patto non è in pericolo, in quello di Forza Italia le cose sono ben diverse. Finora il Cavaliere ha delegato le trattative di merito ai suoi fedelissimi (Verdini e Romani), ma adesso è venuto il momento di imporre la sintesi. Brunetta nega che si tratti di un referendum sullo stesso Berlusconi e in parte è così perché per Forza Italia non sembra ancora venuto il momento della successione, anche per l’assenza di un vero delfino. Tuttavia la pressione ai confini degli ex, da Alfano, ai centristi fino al popolare Mauro che parla di una deriva ”putiniana” della maggioranza, sembra fatta apposta per costringere la minoranza azzurra a venire allo scoperto e a pretendere qualche risultato concreto. Per Berlusconi la partita è molto delicata: non può stressare l’intesa con Renzi senza rischiare il collasso dell’intera impalcatura, e allo stesso tempo deve dimostrare alla fronda interna di essere tuttora il leader indiscusso, al di sopra dei suoi stessi guai giudiziari e dell’imminente sentenza d’appello sul caso Ruby. Una complessa partita a scacchi sulla sfondo della quale si staglia con sempre maggiore nettezza il futuro negoziato sul Quirinale.