Massimo Fini: l’uomo occidentale non sa più fare la guerra. Con buona pace di Ernst Jünger

Eroi. Vittime sacrificali. Capitani coraggiosi. Trincea e campo di battaglia. Tutti archetipi di un mondo lontano e di un’idea di guerra che – tra globalizzazioni e Internet – non esiste più. Non nell’accezione tradizionale del termine almeno. Una verità incontrovertibile che ritrova la sua ragion d’essere anche in un testo inedito del grande filosofo, saggista, romanziere e ufficiale tedesco Ernst Jüger, di cui sta per uscire in libreria, per i tipi della Piano B Edizioni, un inedito straordinario: La battaglia come esperienza interiore. Etica ed estetica. Una riflessione sulla guerra riletta e analizzata come opportunità di interiorizzazione. Ne abbiamo parlato con il giornalista e scrittore Massimo Fini, autore di Elogio della guerra.

È possibile, oggi, la rivalutazione di un concetto bellico modello “grande guerra”, in contrapposizione alla degenerazione terroristica e rispetto ad uno stereotipato pacifismo?

La degenerazione non è del terrorismo, perché i terroristi – o meglio quelli che vengono definiti tali – combattono alla vecchia maniera: pensiamo ai talebani, all’Isis in Iraq. La degenerazione a mio parere è del mondo occidentale che non sa più fare la guerra con il corpo, con lo spirito, con l’anima. Fa la guerra con la tecnica, con i robot, con i droni. Penso che Jünger non lo poteva sapere fino a questo punto, ma la tipologia bellica a cui lui si riferisce, come quella a cui mi riferisco io con L’elogio della guerra, considerata in quanto evento fondante sia nei suoi aspetti positivi – come quello di provare sé stessi, capire chi si è – che in quelli negativi, non esiste più. Guardi noi italiani: siamo – anche se non formalmente – in guerra in Afghanistan, piuttosto che altrove, ma in realtà il nostro Paese non è quasi mai coinvolto militarmente nel senso tradizionale del termine.

Siamo in missione di pace in realtà, secondo l’antico concetto “si vis pacem para bellum”…

Missioni che di pace hanno ben poco, quasi niente…

Per quello le parlavo di degenerazioni terroristiche: oggi la guerra non si esprime forse con gli attentati metropolitani piuttosto che in trincea? Non siamo in tutte le polveriere del mondo a costruire ponti e edificare scuole, salvo poi saltare in aria a un chek point o in una caserma?

Se prendiamo l’esperienza afghana devo dire che quel popolo fino al 2005-2006 non è mai stato terrorista: non è nella sua tradizione. Nella cultura afghana c’è il combattimento, non l’attentato: come sa, non c’è stato un solo afghano nel commando che abbatté le Torri Gemelle di New York. Non un solo afghano è stato cooptato nelle cellule vere o presunte di Al Qaida. Detto ciò, sono stati costretti al terrorismo perché, se tu hai di fronte un esercito invisibile, che usa solo l’aviazione, o addirittura aerei senza pilota guidati dal Nevada o da alcune basi britanniche, che altro resta a una resistenza se non il terrorismo?

Nell’immaginario collettivo nelle guerre mondiali del Novecento è stato rispettato un codice d’onore, deontologico, oggi caduto drammaticamente in disuso: attualmente si bombarda ai matrimoni, sui mercati, contro la popolazione civile indiscriminatamente…

La “tremenda” seconda guerra mondiale fu condotta secondo certe regole. Mi ricordo un episodio che può essere significativo: nel paesino sul lago di Como dove sono nato c’era una piccola caserma. Passa un piper inglese che, per avvertire gli abitanti, distribuisce volantini con l’annuncio di un imminente bombardamento. La gente scappa e si rifugia nei boschi: tutti, tranne due ragazzi di vent’anni che ritennero loro dovere, in quanto sentinelle, rimanere nel presidio militare. I due giovani, naturalmente, morirono sotto il fuoco del bombardiere. Un episodio di eroismo che mi ha sempre suscitato tanta ammirazione quanta rabbia, perché ancora oggi mi chiedo: per chi sono morti quei ragazzi? Per il re e Badoglio che fuggono da Roma? Per Mussolini che dopo tanta retorica sulla “bella morte”, che ha convinto molti ragazzi ad andare a morire per Salò, fugge travestito da soldato tedesco? O, per arrivare a capitoli di storia più recente, per Moro che scrive le lettere che scrive dalla prigione delle Brigate Rosse? O per Craxi che scappa in Tunisia infangando poi da lì il Paese di cui è stato presidente del Consiglio, delegittimando con ciò anche se stesso in quanto premier?

E tutti i richiami alla base pura dell’uomo soldato di cui parlava Jünger…

Certo. Perché questo far riferimento a un codice d’onore che ha caratterizzato una vecchia logica bellica non esiste quasi più in Occidente, forse con l’unica eccezione degli inglesi.

L’uomo occidentale non combatte proprio più?

Barack Obama l’ha detto: vorrei un esercito di robot per riuscire finalmente a risparmiare le vite dei nostri soldati. Ma questo non è combattimento leale. Non è guerra. Siamo in un altro contesto.