Giuseppe Parlato: «Almirante unì le anime del Msi, tra unione delle destre e alternativa al sistema»

Lo storico Giuseppe Parlato, presidente della Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice, non ha certo bisogno di presentazione per i lettori del “Secolo”. Tra i suoi libri più recenti, ricordiamo Fascisti senza Mussolini, dedicato alla  nascita del Msi. Tra breve seguirà la pubblicazione di un secondo libro sulla storia del partito della fiamma. Parlato ci annuncia anche che la Fondazione Spirito-De Felice sta per acquisire l’archivio di Pino Rauti.

Che cosa deve l’Italia a un uomo come Almirante?

Innanzi tutto di avere messo i neofascisti nella condizione di non essere una forza eversiva, ma di essere incanalati nelle istituzioni. Nonostante la politica di contrapposizione al sistema, il Msi ha sempre mantenuto una linea di adesione all’assetto democratico e di rispetto della prassi costituzionale. E questo anche nel periodo duro del tentativo di scioglimento. Va anche detto che non fu solo merito di Almirante, ma di tutta la classe dirigente, che era consapevole della necessità di mantenere il partito nell’ambito istituzionale.

Un altro merito di Almirante nei confronti di tutti gli italiani ?

L’aver lanciato idee importanti come il presidenzialismo. Vale la pena sottolineare che, della necessità di riforme istituzionali, si discute ancora oggi. Ma la questione è ben lungi dall’essere  risolta.

Veniamo più direttamente ad Almirante leader del Msi. C’è chi vede una continuità di fondo nella storia politica del partito nel fatto che Almirante stesso, dando vita alla Destra nazionale e poi tentando la strada della Costituente di destra, realizzò quello che non era mai riuscito a Michelini, di cui  pure era stato oppositore.

Non sono d’accordo con questa analisi. Le cose a mio giudizio stanno diversamente.

In che senso?

Nel senso che Almirante si muoveva su un doppio registro: da un lato la politica di unione delle destre perseguita a suo tempo da Michelini, dall’altro l’idea di alternativa al sistema, che piaceva in particolare al mondo giovanile, cui il leader missino fu sempre molto legato. In tale prospettiva deve essere ad esempio visto il rientro di Rauti nel Msi subito dopo l’avvento della segreteria Almirante. Il leader riuscì insomma a tenere unite a lungo queste due componenti, ma poi le cose cambiarono dopo l’esito negativo delle elezioni del 1976.

Dopo quelle elezioni ci fu infatti la scissione di Democrazia nazionale.

E sì. Vale la pena ricordare che i De Marzio, i Nencioni, i Roberti e gli altri che avevano appoggiato Almirante nell’ascesa alla segreteria nel 1969 lo avevano fatto a condizione che questi continuasse la linea di Michelini. Poi però, con la rottura dell’equilibrio interno, Almirante decise di “sacrificare” i vecchi micheliniani.

Quale era il rapporto di Almirante con la memoria del fascismo?

Credo che Almirante abbia interpretato nella maniera più intelligente e moderna la linea del “nostalgismo”. Il fascismo è stato per lui un punto di riferimento costante. E questo a differenza delle altre due componenti del Msi, che hanno sempre cercato, con esiti diversi, di superare il fascismo attraverso una sua storicizzazione. Per Almirante  storicizzazione voleva invece dire liquidazione, come ad esempio disse nel 1987, annunciando il Congresso di Sorrento.

Che cosa spingeva Almirante ad adottare questa linea?

Innanzi tutto la consapevolezza che la base del partito era fortemente identitaria. Sapeva che ogni tentativo di modificare il riferimento ideale (più che il fascismo in quanto tale, era l’esperienza di Salò) , avrebbe determinato un duro colpo al partito. Citando in “Autobiografia di un fucilatore”   una battuta del vecchio zio Gigetto (grande attore di prosa e di cinema negli anni Trenta n.d.r.),  Almirante afferma che non si può recitare a teatro con la platea contro.

Come si concilia l’idea sociale di Almirante con la sua collocazione a destra?

Almirante era figlio della Rsi. Aveva ben presente che cosa era stato il fascismo di sinistra e conosceva l’impatto dei problemi sociali con la realtà italiana. La sua battaglia all’interno del Msi era contro quello che egli definiva il “centro conservatore” rappresentato da Michelini. Detto ciò, non poteva certo stare con socialisti e comunisti. E poi c’era la guerra fredda. La sua destra voleva in ogni caso dire patria, famiglia, tradizione, proprietà, tutti valori che la sinistra contestava.

Di qui la singolarità storica della destra italiana…

Diciamo che una vera e propria destra non è mai nata in Italia, nei primi decenni del dopoguerra. La destra del Msi è molto particolare: non è né destra né sinistra, per dirla con Zeev Sternhell. Ha cioè elementi ideologici dell’una e dell’altra.