Un anno fa il suicidio a Notre Dame di Dominique Venner, lo storico che si ribellò alla decadenza dell’Occidente

Un anno fa, con un gesto che sconvolse la Francia e l’Europa e fece il giro del mondo, Dominique Venner si tolse la vita sparandosi sull’altare di Notre Dame. «Serviranno certamente gesti nuovi, spettacolari e simbolici per scuotere i sonnolenti, le coscienze anestetizzate e risvegliare la memoria delle nostre origini», aveva scritto sul suo blog, alla vigilia di quel 21 maggio in cui scelse il suicidio «per rompere la letargia che ci sopraffà», come spiegò lui stesso in una delle lettere di commiato che lasciò nella cattedrale di Parigi. A un anno da quello che voleva essere un estremo atto di denuncia e incitamento alla ribellione nei confronti della decadenza culturale francese ed europea, c’è chi ne ricorda la figura di uomo, storico, soggetto politico che ha votato – e infine sacrificato – la propria esistenza a un’idea spirituale di patria e appartenenza. In Francia, nella Parigi in cui nacque e scelse di morire, è stato ricordato con la conferenza “Dominique Venner, historien et écrivain au cœur rebelle”, che si è tenuta presso la Fondazione Maison de la Chimie. In Italia, nel giorno esatto del suicidio, sarà ricordato con la conferenza “Dominique Venner, il samurai d’Occidente”, che si terrà nella sede romana di CasaPound, in via Napoleone III 8, alle 21, e che vedrà la partecipazione dell’amico che Venner scelse come testimone del suo suicidio. Nella lettera che lasciò, Venner ne parlò come di un’azione. «Di fronte agli immensi pericoli per la mia patria francese ed europea, sento il dovere di agire», scrisse, spiegando che «offro quel che rimane della mia vita con un intento di protesta e fondazione». «Mentre tanti uomini si fanno schiavi della loro vita, il mio gesto incarna un’etica della volontà. Mi do la morte – chiarì – per risvegliare le coscienze addormentate». A un anno di distanza, e dunque sulla breve durata, però, quelle parole restano come un testamento disatteso. In pochi continuano a sapere chi fosse Venner, il cui suicidio fu liquidato dalla stampa mainstream quasi alla stregua del gesto di un folle, che aveva voluto caricare la sua disperazione esistenziale di significati altri: una protesta contro la legge sui matrimoni gay e l’avanzata «islamista» nel cuore d’Europa.

Venner e la sua capacità di elaborazione erano più complessi di così e sarebbe bastato leggere con attenzione anche solo quella sua ultima lettera per riconoscerlo. Giovanissimo volontario dell’esercito francese e paracadutista nella guerra d’Algeria, militante della Jeune Nation, ispiratore della Nouvelle Droite e maestro di Alain de Benoist, Venner fu storico premiato dall’Accademia di Francia per i suoi studi, ispirati ai valori tradizionali e identitari. Gli stessi da cui derivò il suo «sacrificio», non a caso paragonato al suicidio rituale con cui Yukio Mishima volle «restituire al Giappone il suo vero volto» contro l’occidentalizzazione che lo stava sgretolando. «Insorgo contro la fatalità. Insorgo contro i veleni dell’anima  e contro gli invasivi desideri individuali che distruggono i nostri ancoraggi identitari e in particolare la famiglia, nucleo intimo della nostra civiltà millenaria», ha scritto ancora Venner, invocando un risveglio degli europei sulla base non di una religione ma «di una nostra propria memoria», identificata in Omero e «deposito di tutti i valori sui quali rifondare la nostra futura rinascita in rottura con la metafisica dell’illimitato, sorgente nefasta di tutte le derive moderne».