È un’Europa matrigna quella che privilegia i sacrifici a scapito della solidarietà

C’è molta attesa intorno all’esito delle elezioni europee 2014. Ma questa grande aspettativa probabilmente è più sentita nelle stanze delle istituzioni e dei partiti, piuttosto che tra i popoli. I punti di vista possono essere infiniti e tutti validi, essendo opinabili, ma credo sia stata intercettata da chiunque, persino dagli europeisti più rigidi, almeno una “corrente di pensiero” che percorre trasversalmente i 400 milioni di cittadini: la disaffezione non verso l’ideale di un’Europa unita, ma verso le istituzioni europee. La povertà e la disoccupazione sono aumentate in tutto il ceto medio europeo, anche se con sfumature diverse. Ciò significa che l’Europa dei popoli è stata tradita, perché tutti si aspettavano un miglioramento non solo nelle condizioni di vita ma anche nelle scelte politiche che armonizzassero tra loro diverse realtà nazionali. Invece in questo senso è stato fatto poco o nulla.

In Italia, tra le tante aspettative, avevamo quella di poter vedere risolta la cosiddetta “questione meridionale italiana” e invece oggi ci ritroviamo a combattere una “questione meridionale europea”. Nord e Sud doppiamente divisi. La responsabilità è certamente nostra, ma qualcosa non ha funzionato nelle politiche europee. Personalmente ritengo che non ha giovato l’aver dimenticato il benessere di un vastissimo ceto medio, ricchezza di cui altri continenti non possono vantarsi, e l’aver mutuato dalla finanza criteri e modalità che ci hanno solo impoverito, politicamente ed economicamente. Un’inversione di tendenza non solo è ancora possibile, ma diventa doverosa, facendo ricorso al coraggio e ai valori originari. Bisogna scegliere e mantenere un punto di vista diverso, una visione dell’economia e della società che non può ma soprattutto non deve ambire alla competizione con Paesi e Continenti caratterizzati da una quasi totale assenza di diritti, suffragata da molto discutibili e molto in voga filosofie economiche. La forza dell’Europa è nella sua cultura, nei suoi tanti popoli, nei lavoratori, nei pensionati, nelle famiglie, nelle fabbriche, nei luoghi di lavoro, nel welfare. La forza dell’Europa non sta nella moneta, ma nella sua secolare civiltà giuridica, sebbene si stia tentando non da oggi da parte di Paesi concorrenti di negare o, peggio ancora, cancellare questo primato. Ecco perché è prima di tutto come organizzazione sindacale che ci aspettiamo per i prossimi cinque anni una politica che metta al primo posto la solidarietà, la povertà e la disoccupazione.