Tokyo chiede al mondo di ricordare il sacrificio dei suoi giovani “kamikaze”

Minami-Kyushuè un comune nell’estremo sud del Giappone. Nel territorio comunale c’è il Museo della Pace Chiran, che si trova in un sito dal quale decollavano le unità speciali di attacco, passate alla storia con il nome di kamikaze, Vento Divino. In Giappone ci sono decine di musei e monumenti dedicati ai combattenti della Seconda Guerra Mondiale. Ora, questo comune ha inviato all’Unesco una documentazione per chiedere di inserire l’epopea dei kamikaze nel progetto Memoria del Mondo. A questo progetto ogni nazione può presentare al massimo due domande ogni due anni, per includere un aspetto della storia particolarmente significativo per la memoria. A questo scopo, le autorità hanno inviato all’ufficio dell’Unesco 333 lettere, diari e altri oggetti dei giovani piloti indirizzate alle loro famiglie, dalle quali traspare l’amore sincero per l’imperatore, per il Giappone e per il loro popolo. L’iniziativa ha causato qualche mal di pancia, soprattutto in Cina, dove i rapporti con Tokyo non sono mai stati idilliaci. Adesso, poi, c’è anche la questione dell’arcipelago conteso delle isole Senkaku, che avvelena ulteriormente i rapporti. La richiesta, da parte di un Paese che ha sempre avuto un forte senso identitario, non è scandalosa come si vorrebbe far credere. Molti sono stati i soldati di ogni esercito che in qualche modo si sono sacrificati per i loro compagni, per le loro famiglie, anche se i gesti non hanno mai assunto la caratteristica di organizzazione delle unità speciali di attacco giapponesi. Il primo kamikaze, forse, fu il nostro Pietro Micca, che nel 1706 a Torino fece saltare l’esplosivo contenuto in una galleria per fermare gli invasori francesi. E anche a lui sono dedicati monumenti e lapidi, soprattutto in Piemonte. Per restare in Italia, un attacco suicida fu effettuato da Giovanni Boscutti, pilota della Repubblica Sociale, che nel marzo 1944 si alzò in volo insieme con un altro pugno di velivoli per contrastare 300 fortezze volanti “alleate” che stavano per effettuare un bombardamento a tappeto su Padova. Boscutti e altri si immolarono, si sacrificarono, ma la popolazione della città veneta fu salva, almeno per quel giorno. La caratteristica dei kamikaze, però, a differenza degli epigoni odierni, è che gli “Zero” del Sol Levante si abbattevano solo su navi e mezzi militari del nemico, che invece quando fu il suo turno non si fece scrupolo di calcinare intere città abitate, ovviamente, da civili. L’istituzione dei kamikaze a ottobre compirà settant’anni, e il Giappone spera di celebrarla facendo in modo che il mondo ricordi anche il sacrificio di questi giovani ventenni vestiti di bianco.