Pagine di storia/Quella volta che Mussolini rifiutò di rimuovere la statua di Giordano Bruno

Oggi Giordano Bruno è considerato un martire del libero pensiero, a lui sono intitolati decine di istituti scolastici in tutta Italia, su di lui sono stati fatti film, opere teatrali, poesie lo ricordano, tra cui una esilarante di Trilussa, in tutta Italia vi sono alcuni monumenti a lui dedicati, il più famoso dei quali è quello posto in piazza Campo de’ fiori, esattamente nel luogo dove, il 17 febbraio del 1600 (era un anno santo) fu arso vivo per ordine del Tribunale dell’Inquisizione. Probabilmente è il monumento che ha causato più polemiche a Roma, perché già prima della sua realizzazione, nel 1889, si registrarono scontri, disordini, arresti, crisi del consiglio municipale, decadenza del sindaco e altri accidenti. Tutti gli intellettuali dell’epoca si schierarono pro o contro la statua. Ma il fatto ignorato dai più, è che una prima statua a Giordano Bruno fu eretta nel 1849, ai tempi della Repubblica romana, la quale, come si sa, durò poco. Questa prima statua fu distrutta durante la restaurazione di Pio IX, e per oltre un trentennio non se ne parlò più. Anche perché il papa impose la legge marziale (il proverbiale Mastro Titta fu reso celebre dalle sue gesta di questo periodo) e bisognerà aspettare il 20 settembre del 1870 per vedere cessare le leggi d’emergenza a Roma. Dopo la presa di Porta Pia si creò un clima di forte contrasto tra il Vaticano e l’Italia, e certamente questo attrito contribuì alla decisione di edificare una statua al peggior nemico del papa. Fu presto formato un comitato molto autorevole, che vedeva tra i cuoi membri Victor Hugo, George Ibsen, Giovanni Bovio, Herbert Spencer tra gli altri. Al momento dell’inaugurazione, dopo alterne vicende, il successore di Pio IX, Leone XIII, minacciò di abbandonare Roma se l’inaugurazione avesse avuto luogo. Ma l’allora presidente del Consiglio italiano Francesco Crispi fece sapere al pontefice che qualora se ne fosse andato da Roma non avrebbe più potuto farvi ritorno. Ovviamente il papa restò e la statua fu inaugurata. Oggi il monumento bronzeo, fatto dal massone anticlericale Ettore Ferrari, è rivolto verso il Vaticano, quasi ad ammonimento eterno. La storia ha una coda, perché ai tempi dei Patti Lateranensi la chiesa tornò alla carica chiedendo a Mussolini di rimuovere la statua e di innalzarvi al suo posto una cappelletta. Mussolini rigettò la condizione, concedendo solo la proibizione di effettuare manifestazioni anticlericali sotto il monumento e istituendo il mercato ortofrutticolo, che ancora oggi fa di Campo de’ Fiori uno dei luoghi più belli della città. Nel 2000, altro anno santo, come quello del rogo, la questione si chiuse in modo pressoché definitivo: Giovanni Paolo II chiese perdono per gli eccessi dell’Inquisizione, riconoscendo il carattere certamente antievangelico del rogo, tuttavia la filosofia e la dottrina di Giordano Bruno sono ancora oggi ritenute lontane, se non  addirittura estranee, a quella della chiesa cattolica. Anche la Santa Inquisizione, con le sue 60mila esecuzioni, è un lontano ricordo dei secoli bui della chiesa. Ma non è stata abolita: nel 1908 Pio X la rinominò Sacra congregazione del Sant’Uffizio, e nel 1965, dopo il riformatore Concilio Vaticano II, Paolo VI la rinominò  ancora una volta, chiamandola Congregazione per la dottrina della fede con il compito di vigilare sulla purezza della dottrina cattolica. Per molto tempo a capo vi fu Joseph Ratzinger.