Pagine di storia/Bombardamento di Dresda, il cinismo degli strateghi della morte

«Mai pensare che la guerra, anche se giustificata, non sia un crimine». Questo pensiero di Ernest Hemingway dovrebbe comparire sui libri di storia inglesi e americani come distico alle pagine (ammesso che vi siano) dedicate ai bombardamenti sulle città italiane, tedesche e giapponesi durante la Seconda guerra mondale. Di questo crudele e atroce capitolo di storia, la distruzione di Dresda, avvenuta nella notte tra il 13 e il 14 febbraio del 1945, rappresenta sicuramente uno degli episodi più rappresentativi, se non addirittura il più significativo, un episodio che, per ferocia e cinismo, può essere paragonato soltanto alla tragedia dell’atomica su Hiroshima e Nagasaki. A Dresda non c’erano fabbriche né obiettivi militari. Quindi la città non aveva alcuna rilevanza strategica. Era ricca di storia  e cultura. Per le sue gemme architettoniche e artistiche era chiamata la “Firenze del Nord”. E vale anche la pena di aggiungere che eravamo alle battute finali della guerra. Ormai, in quell’inverno del 1945, angloamericani e russi  avevano virtualmente già vinto.

Eppure, intorno alle 22.00 del 13 febbraio, una imponente formazione aerea formata da Lancaster britannici scaricò sulla città un’ondata di ordigni da 1800 e 3600 libbre. Non era che il preludio dell’inferno, che fu scatenato intorno a l’una e trenta, quando si scaraventò su Dresda una seconda e ancora più terribile ondata di distruzione. Piovvero dai Lancaster bombe incendiarie dall’effetto devastante. La città divenne un’immensa fornace e non ci fu scampo neanche per coloro che erano riparati nei rifugi. A Dresda scoppiarono in simultanea centinaia di incendi che si fusero in un unico, immane rogo.  Così raccontò la scena un pilota britannico: «C’era un mare di fuoco che secondo i miei calcoli copriva almeno un centinaio di chilometri quadrati. Il calore era tale che si sentiva fino nella carlinga». Migliaia di innocenti furono arsi vivi in pochi minuti. E non era finita lì: diverse ore dopo, esattamente alle 12.00, arrivarono i B17 americani e rovesciarono su Dresda altre 771 tonnellate di morte. Della “Firenze del Nord” non era rimasto che un cumulo di rovine e di cenere.

Perché il Bomber Command della Raf  britannica decise di compiere una simile, spaventosa ecatombe e distruggere una delle città-gioiello dell’Europa? I motivi sono diversi. È evidente l’intento vendicativo degli angloamericani contro la popolazione tedesca, ritenuta complice delle atrocità naziste. Per quello che in particolare riguarda gli inglesi, si è anche parlato della “risposta” britannica al bombardamento di Coventry, compiuto cinque anni prima dalla Luftwaffe per fiaccare il morale della popolazione del Regno Unito. Mettiamoci anche il fatto che il secondo conflitto mondiale rappresentò, più in generale, il passaggio a un nuovo tipo di guerra, quello diretto all’annichilimento e alla distruzione del popolo nemico; e non più soltanto del suo esercito. Ma queste spiegazioni non sono sufficienti. Ad esse ne va aggiunte una terza, più sofisticata e, purtroppo, di lunga durata: sono gli apparati tecno-militari, con  la loro potenza e la loro organizzazione, a dettare le ragioni “politiche” delle scelte strategiche. A Dresda si è vista all’opera una concezione politico-militare che sarebbe stata sviluppata e approfondita anche nei decenni successivi: quella della guerra come dispiegamento immane di materiali e di tecnologia, che  riduce al minimo le perdite militari a danno della popolazione civile e delle strutture economiche delle nazioni. Dal Vietnam all’Afghanistan, i conflitti scoppiati nel corso della  guerra fredda hanno replicato questa logica atroce e disumana; che ha trovato, in una fase successiva, la sua massima espressione nel bombardamento della Serbia nel 1999 e, successivamente, nella “guerra senza limiti” scatenata dal terrorismo di matrice islamista. Un confronto fra dati deve far riflettere: se all’inizio del ‘900 moriva, nei conflitti, un civile ogni otto militari, all’inizio del 2000 muore invece un militare ogni otto civili. La guerra si è dunque trasformata in terrorismo. E viceversa. Parliamo certo di guerre a “bassa intensità”. Ma quello che spaventa non è tanto l’aspetto quantitativo, bensì quello qualitatito, cioè, appunto, il profilo della “guerra senza limiti” descritto da Qiao Liang e Wang Xiangsui in un libro cult (per gli appassionati e gli esperti di geostrategia) uscito qualche anno fa. Le radici remote di questa sorta di mutazione genetica della guerra le dobbiamo sicuramente trovare in quello che accadde in Europa e nel Pacifico tra il 1944 e il 1945. E nel bombardamento di Dresda (dopo la “prova generale” di Amburgo e qualche mese prima) in particolare.