“Renzi chi?”. La domanda circola vorticosamente nel disastrato Pd il cui congresso non finisce mai

Non sarà Matteo Renzi a cambiare le abitudini del Pd. Per quanto la sua ventata di novità sia stata choccante per militanti, simpatizzanti ed antipatizzanti, il sindaco-segretario non ha ancora inciso (e crediamo non gli riuscirà mai)  sulle consolidate pratiche del potere nel suo partito. Anzi, al contrario, lui lo renderà più fragile, più esposto ai venti delle correnti, più litigioso, meno incline a darsi una fisionomia accettabile da parte di tutti coloro che ne fanno parte. E la ragione, a prescindere da quella più squisitamente politico-culturale (sappiamo bene che una categoria del genere non ha niente a che fare con l’armamentario di Renzi), sta proprio nel carattere del nuovo leader. Un battutista, un piacione, un arruffapopolo che con arroganza tratta chi non gli va a genio: è capitato da ultimo a Stefano Fassina, uomo di studi e convinzioni profonde, lo si può non amare, ma certamente è stimabile per serietà, comportamenti, competenze. E Renzi non gli ha ancora chiesto scusa e non lo farà. Si beccherà un rimpasto di governo, preludio alla crisi dello stesso ed all’apertura dell’ennesima fase congressuale nel partito. O, per meglio dire, alla continuazione di un congresso che non finisce mai e nel quale lui, il Renzi, da qualche anno sta recitando un ruolo tutt’altro che marginale.

Finirà per rottamarsi da solo? E’ possibile. Tuttavia la sua voglia di scalzare Letta da Palazzo Chigi è mostruosamente evidente e non è detto che tale libidine non lo conduca ad alienarsi in breve tempo le simpatie che pure ha raccolto soltanto qualche settimana fa. Che poi il governo non sia amato dalla stragrande maggioranza del Pd è un fatto incontestabile, ma chi potrebbe staccargli la spina, gettando a mare uno dei loro, soltanto per far posto a Renzi?

Ecco, l’incidente può sempre capitare. Ed  il segretario non solo non sta a guardare, ma si mostra disposto ad assecondarlo. La conferenza-stampa fiorentina, nel corso della quale ha dato il benservito a Fassina, è un piccolo capolavoro di infingardaggine politica. Da un lato ha ribadito che i rimpasti non gli piacciono; dall’altro ha servito le tre portate della legge elettorale sapendo in anticipo che almeno due non sarebbero state accettate dalla maggioranza: dunque, è fatale prenderne una sola, guarda caso quella che meno piace proprio al Pd. E allora? Allora, il furbetto del Nazareno, quando si affronterà in termini ultimativi la questione, avrà buon gioco a far saltare tutto dicendo che lui ci ha provato, sono gli “altri” a non voler fare la legge elettorale.

Gli “altri”, quelli che per tre anni non hanno fatto nulla, mentre lui in tre giorni ha compiuto un prodigio biblico. Già, ma negli ultimi tre anni Renzi non è stato mica sulla luna. Poteva incidere nel dibattito politico, e specialmente in quello del suo partito, con proposte articolate ed ordinate. Si è limitato a lanciare la rottamazione intestandosi il rinnovamento. Ma non sembra che le cose gli vadano bene. Nel Pd i malumori non si contano; nel governo si guarda con diffidenza alle riunioni all’alba della segreteria che convoca dove gli capita offrendo panini griffati; nessuno capisce la strategia di fondo renziana dalla quale emerge con chiarezza una sola cosa: vuole tutto il potere, in breve tempo, e conta sul plebiscitarismo degli incazzati che in questi ultimi anni hanno sopportato tutto, ma non hanno capito che non è certamente Renzi la cura.

Sotto il profilo antropologico, il sindaco-segretario è un ircocervo di difficile decifrazione: dice di voler prendere la vita con leggerezza, ma poi tende a distruggere gli avversari interni con il piglio del ferreo burocrate; muore dalla voglia di piacere a tutti, ma in realtà dai suoi discorsi emerge l’astio nei confronti di una classe politica che, per insipienza, ha avuto la responsabilità di farlo crescere; non ha un progetto politico eppure, grazie all’ossequio dei media, riesce a far passare per tale quattro ideuzze buttate là tanto per dimostrare l’esistenza in vita di un partito che avrebbe bisogno di massicce fleboclisi di idee; afferma di non tenere alle poltrone, con slogan scontatamente demagogici, ma non si preoccupa più di tanto  di provocare dimissioni, allontanamenti, diffidenze; è arrivato a dire di aver proposto Cuperlo alla presidenza dell’Assemblea nazionale: era il minimo, a meno di non mettere su quella poltrona un suo parente; ha poi aggiunto di non aver cambiato i capigruppo parlamentari: qualcuno dovrebbe spiegargli che i suddetti vengono eletti dalle assemblee dei deputati e dei senatori e, per quanto abbia vinto le primarie, costoro non sono ancora a sua disposizione.

Inutile girarci intorno. Il “Fassina chi?” è antico come il “Craxi chi?” pronunciato tanto tempo fa da Occhetto (non portò bene al segretario del Pds, mentre il destino del leader socialista era già segnato). Niente di nuovo sotto il sole della politica italiana. I “nuovisti” sono quasi sempre peggiori dei rottamati ed il giovanilismo ha sempre portato disgrazie a questo disgraziatissimo Paese. Renzi è una meteora. Ha meno di quarant’anni. Pensate che per i prossimi venti sarà il dominus della politica italiana? Francamente non ce lo vediamo.