La legge elettorale come gli scacchi: ognuno muove le pedine. Ma tra un mese sarà tutto chiaro

Sulla legge elettorale si è passati dalle parole ai fatti. Fino alla fissazione della data in cui le nuove norme per il voto si discuteranno in aula alla Camera si era fermi al chiacchiericcio della politica, ma adesso che una data del calendario è stata cerchiata i partiti hanno l’obbligo di passare ai fatti. La diatriba tra Renzi, che voleva incardinare la legge elettorale a fine gennaio, e Alfano, che parlava di prima settimana di febbraio, non era di poco conto. Chi conosce il regolamento di Montecitorio sa che quella che appare una differenza di una settimana comporta uno slittamento di un mese. Alla Camera, infatti, non è possibile restringere il dibattito nell’arco del mese in cui inizia la discussione di una legge. Quindi a gennaio ognuno è libero di parlare più o meno quanto vuole, mentre dal primo febbraio i tempi vengono contingentati e in una settimana o la legge è approvata o è bocciata. Imponendo la data del 27 gennaio il segretario del Pd si è quindi assicurato che per il 10 febbraio un testo sarà approvato e trasmesso al Senato, dove il regolamento prevede invece da subito tempi  stretti. Se invece il braccio di ferro l’avesse vinto Alfano l’opposizione dei Grillini, della Lega o di Vendola ad una delle ipotesi di riforma elettorale avrebbe fatto scavallare febbraio rinviando a marzo l’approvazione di un testo e la sua trasmissione a Palazzo Madama. A quel punto al Nuovo Centrodestra e al premier Letta sarebbe bastato perdere un po’ di tempo al Senato per arrivare a metà aprile quando l’avvio ufficiale della campagna elettorale per le europee fermerà la macchina parlamentare. E a quel punto la finestra per il voto anticipato – temuto non poco da Letta e Alfano e voluto non poco da Renzi e Berlusconi – si sarebbe chiusa, visto che dal primo luglio a dicembre l’Italia presiederà l’Unione europea e certo non potrà farlo senza un governo e con una campagna elettorale in corso.

Tra un mese esatto, quindi, sapremo se ci sarà una nuova legge elettorale. Il testo che sarà votato a Montecitorio dovrà essere infatti frutto di un accordo ampio, senza il quale a Palazzo Madama non avrebbe i numeri per l’approvazione e tutto diventerebbe terribilmente complicato vista la sostanziale vacanza legislativa che si è creata in materia elettorale dopo la bocciatura del Porcellum da parte della Corte Costituzionale.

Dei tre modelli messi in campo da Renzi – lo spagnolo, il Mattarellum modificato e il sindaco d’Italia – l’unico che al momento può avere i numeri per passare sembra essere il sistema con collegi maggioritari già utilizzato in occasione delle politiche del 1994, 1996 e 2001, modificato con la sostituzione della vecchia quota proporzionale del 25% con un premio di maggioranza e un diritto di tribuna ai partiti che pur prendendo voti non superano la soglia del 5%. Su questo sistema possono trovarsi d’accordo Pd e Forza Italia, il primo perché i collegi lo favoriscono e il secondo per evitare i ballottaggi in cui perde voti, può convergere Grillo perché gli sarebbe difficile opporsi a una legge in cui l’elettore sceglie il suo candidato sul territorio, va bene a Vendola e alla Lega, che diventano indispensabili nelle loro coalizioni. E alla fine può essere accettato anche da Alfano, che perderebbe l’identità del Nuovo Centrodestra essendo costretto a convergere in un soggetto unico con Berlusconi, ma che proprio per questo potrebbe ritrovarsi a fare il candidato premier di un centrodestra rinnovato e nuovamente allargato.