È morto Carlo Mazzacurati, poeta del cinema che ha raccontato l’Italia, partendo dal nord-est

Se n’è andato in silenzio come ha vissuto, il regista Carlo Mazzacurati, stroncato da una lunga malattia a soli 57 anni. Era ricoverato in ospedale a Monselice, in provincia di Padova: la sua terra d’origine e d’ispirazione cinematografica. Sì, perché il nord-est, brumoso e misterioso, ha fatto da scenografia a quasi tutti i suoi film, da Il Prete belloLa giusta distanza, passando per La lingua del santo. Un paesaggio fotografato con amore, ma anche guardato con disincanto lucido, che ha incorniciato ritratti d’epoca arguti e teneri. Un poeta dell’immagine, Mazzacurati, che alla caratterizzazione paesaggistica, all’interpretazione degli attori, al potenziale metaforico dei suoi racconti, ha affidato poeticità e garbo surreale del suo cinema. Un cinema letterario e spiazzante, graffiante e ruvido, che ha sperimentato tutti i linguaggi della settima arte: dalla rivisitazione letteraria (L’amore ritrovato tratto dal romanzo Una relazione di Carlo Cassola) alla commedia dolce-amara, (Il toro, Un’altra vita), passando per il giallo struggente (La giusta distanza) e il dramma (Vesna va veloce), e fino al realismo documentario, omaggiato soprattutto nella serie di Ritratti dedicati a Mario Rigoni Stern, Andrea Zanzotto, Luigi Meneghello.

Così come i suoi personaggi, spesso più lunari che freddamente realistici, hanno spaziato nell’astrazione del racconto che guarda al sociale, ma poi vira verso l’apologo che mescola al drammatico il sorriso lieve. Che spesso adombra lo sguardo, ora divertito, ora disincantato, dell’autore veneto che ha fatto delle contraddizioni esistenziali e della casualità, il suo verbo cinematografico. Così come di Giuseppe Battiston, Roberto Citran, Antonio Albanese, Fabrizio Bentivoglio, Silvio Orlando, Natalino Balasso, i suoi attori feticcio.

L’esordio di Carlo Mazzacurati dietro la macchina da presa risale al 1979, e ha un che di letterario anche la circostanza in cui è maturato: è con i fondi di un’eredità che il regista realizzò il film in 16 mm, Vagabondi, premiato quattro anni più tardi dalla casa di produzione e distribuzione indipendente Gaumont. La pellicola, però, sfortunatamente non vide mai le sale. E invece, rispecchiando quasi una fedeltà alle venature tristi che permeano i suoi racconti, la sua ultima fatica, quella che chiude il cerchio della sua avventura registica, presentata alla scorsa edizione del Torino Film Festival targato Virzì, La sedia della felicità, arriverà sul grande schermo solo la prossima primavera. Ma il suo contributo all’arte cinematografica resta in tutti i suoi lavori; in tutti i premi e riconoscimenti che gli sono stati attribuiti, a partire da quel Leone d’Argento vinto nel ’94 a Venezia per Il toro. Così come la sua firma resta anche nelle scenggiature di Marrakech Express di Gabriele Salvatores; di Fracchia contro Dracula di Neri Parenti; di Domani accadrà di Daniele Luchetti. E infine, anche in quelle fugaci partecipazioni istrioniche immortalate in Palombella rossa, Caro diario, Il caimano di Nanni Moretti e in Zeldman di Cosimo Messeri.