Torino: dalla marcia dei 40mila alla protesta anticasta che fa saltare ogni distinzione di categoria

10 Dic 2013 13:15 - di Silvano Moffa

Torino, oggi, è molto diversa dalla Torino degli anni Ottanta. Eppure, da questa città aristocratica e operaia arrivano segnali che rimandano indietro nel tempo. Allora, oltre trenta anni fa, migliaia di impiegati e quadri dirigenti della Fiat scesero in piazza per protestare in silenzio contro le violente forme di picchettaggio che impedivano loro di entrare in fabbrica a lavorare, da oltre un mese. Fu la “marcia dei 40 mila”. Una manifestazione che segnò un punto di svolta nelle relazioni sindacali; la sconfitta del Pci di Berlinguer che corse a sostenere  gli operai che facevano i picchetti dinanzi ai cancelli della fabbrica; la reazione di un ceto medio impiegatizio che mal sopportava i soprusi sindacali e fu indotto a rompere una certa solidarietà fra le classi lavoratrici per affermare il diritto di vivere  la stagione del cambiamento della società, proiettata verso la costruzione di un modello post-fordista e neoliberista. Fu un segnale che influenzò politiche, assetti sociali e alleanze di governo  nei  decenni successivi. Tra gli storiografi,  c’è chi ritiene che l’influenza degli anni Ottanta si faccia ancora sentire e non si sia affatto  esaurita. Le manifestazioni di artigiani, commercianti, trasportatori e gente comune che stanno infiammando le città italiane, a cominciare proprio da Torino, sembrerebbero confermarlo. Se non fosse che c’è qualcosa di diverso e profondo nella esasperazione di una protesta sociale che rischia di dilagare. Allora, i colletti bianchi  invocavano libertà di lavoro in nome di un  interesse specifico e particolare che cozzava con chi il  lavoro lo stava perdendo, a causa dei licenziamenti imposti da Cesare Romiti, il tenace amministratore delegato voluto da Agnelli alla guida dell’azienda automobilistica piemontese, leader della linea dura antisindacale. Le ragioni della protesta erano evidenti,  ma era chiaro anche il senso della proposta di cambiamento dello statu quo.

Oggi, la protesta attraversa la società nel suo complesso, taglia indifferentemente categorie e strati sociali, accomunati da una pesante perdita di fiducia e piegati da una crisi economica e sociale che sta impoverendo le famiglie.  Come nell’Ottanta, sono evidenti le ragioni che la animano. Non difetta, neppure, il nesso logico che  lega e  uniforma le ragioni degli uni e degli altri.  Più esattamente, a saldare il disoccupato con il commerciante e l’artigiano strozzato dalle tasse è il rifiuto di un ceto politico ritenuto , a torto o a ragione, colpevole del disastro, corrotto e chiuso nella salvaguardia dei suoi privilegi. E’ qui che la protesta  perde la specificità di singole rivendicazioni di categoria, e si generalizza, si allarga, assume forme indistinte e pericolose.    Più che i 40 mila di Luigi Arisio, leader dell’assemblea del Teatro Nuovo da cui si snodò il corteo che fece storia, sembrano andare in scena, nel freddo di un inverno cupo e dolente, le rivolte seicentesche che videro nel Regno di Napoli spuntare Masaniello, un pescivendolo che divenne l’alfiere della reazione popolare contro le gabelle imposte  dalle corti spagnole, simbolo   e icona di ribellione contro le tasse, sotto ogni regime e in ogni epoca.  La nascita dei movimenti di protesta spontanei, come quella dei forconi che si intreccia con quella di artigiani, piccoli imprenditori, laureati alla disperata ricerca di una occupazione e di  operai senza  più lavoro, non  avviene   per puro caso. E’ il frutto di una esasperazione collettiva. Certo, la violenza non è mai accettabile e va impedita  con ogni mezzo. Guai a lasciare che le sacrosante ragioni di chi non ce la fa più ad andare avanti con la propria  impresa, vede dileguarsi la speranza di futuro e incerto il destino per i propri figli e nipoti, possano essere  inquinate e strumentalizzate da gruppi organizzati di delinquenti in servizio permanente,  o peggio dal lezzo di un rigurgito terroristico che , nel nostro Paese, non sembra mai sopito. Sarebbe un terribile errore sottovalutare le ragioni che animano quella parte di manifestanti che hanno applaudito i  poliziotti e i carabinieri che si toglievano  il casco  in segno di solidarietà. Qui salta ogni distinzione di ceto e di categoria, ammesso che questa lettura sociologica abbia ancora un senso. Prima di giudicare, bisognerebbe capire. Criminalizzare chi criminale non è, e non lo è mai stato, è operazione pericolosa, di assoluta miopia. In questo modo si rischia soltanto di gettare benzina sul fuoco. La verità è che per una certa politica , quella che indugia nel prendere decisioni per alleviare il peso della fiscalità, che cinguetta con Bruxelles senza costrutto e con la schiena prona, quella che si perde in chiacchiere inconcludenti parlando del sesso degli angeli mentre la casa brucia, per questa politica sta suonando la campanella dell’ultimo giro. Se non si farà nulla, se dai Palazzi non verrà  fuori una voce forte e concreta , se il governo e il Parlamento non sapranno  adottare con urgenza le misure che servono  al Paese per venir  fuori dalla crisi, non si salverà  niente e nessuno. Non c’è peggior sordo  di chi non vuol sentire e non coglie le  grida di disperazione  del popolo in nome del quale governa . Attenzione! L’Italia, così, rischia  di finire nel buco dell’anarchia.

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