Il sindaco di Prato: «Operai legati alle macchine. E se facevamo controlli ci chiamavano nazisti»

«È un anno che parliamo con le persone indicate dalle autorità cinesi ma siamo a zero, solo chiacchiere». È durissimo il sindaco di Prato Roberto Cenni, poche ore dopo la tragedia, quando parla dei quattro anni in cui ha affrontato il problema del lavoro clandestino e dei flussi di migrazione cinese nella sua città. Il sindaco chiede al governo che si avvii «un grande intervento di bonifica in modo che lo Stato ripristini un minimo di normalità». Cenni invita anche i rappresentanti del governo a Prato non solo per un giorno ma per vedere compiutamente la situazione e prendere provvedimenti. «Noi siamo partiti – spiega Cenni – con i rappresentanti dell’ambasciata che ci dicevano che i controlli sembravano blitz nazisti fino ad arrivare poi a suggerirci di farli. Noi abbiamo chiesto di indicarci degli interlocutori e loro ci hanno presentato sette mediatori che sono espressione del governo. Abbiamo chiesto a questi mediatori di intervenire anche su cose minime, per esempio il problema delle bombole di gas che si trovano in molti laboratori e che sono pericolosissime, o quello dei rifiuti, ma non si è risolto nulla». Cenni, che pure racconta dei molti controlli compiuti, parla di una situazione diffusa e molto grave. «Non ci sono solo i capannoni con i dormitori dentro – spiega – ma ci sono anche appartamenti adibiti a laboratorio dove i cinesi lavorano e vivono in condizioni igieniche e di sicurezza assolutamente intollerabili. Siamo al medioevo: in alcuni controlli hanno trovato gli operai legati alle macchine. Ma le tante discussioni con le autorità cinesi sono state finora sterili». Sulla stessa lunghezza d’onda don Francesco Saverio Wang, cappellano della comunità cattolica cinese. «Io ne parlo tante volte anche durante le omelie – afferma – dobbiamo rispettare la legge. È un dovere anche dei cinesi. La grave mancanza di sicurezza crea problemi che poi fanno accadere fatti gravi come quello appena avvenuto». «Spero – aggiunge – che con questo disastro i miei fratelli cinesi possano capire che la sicurezza è imprescindibile». Un modo indiretto per dire che finora, nonostante il gran parlare che si è fatto, sul fronte della sicurezza non si è cavato un ragno dal buco. Don Wang, 40 anni, è a Prato dal 2009, unico sacerdote cinese: la comunità cattolica composta dai suoi connazionali conta circa 150 battezzati.  Due anni fa, sulle pagine del settimanale delle diocesi Toscana oggi, don Wang ha raccontato, insieme a Giuseppe Bruno, membro del Consiglio pastorale, che i cinesi convertiti al cattolicesimo «non possono partecipare alla messa della domenica: hanno paura di essere licenziati o di rimanere senza lavoro». Sulle condizioni in cui vivono e lavorano i suoi connazionali spiega: «Non possono mangiare e dormire in fabbrica…». Alcune volte tengono combustibili «in luoghi in cui non ci sono strumenti antincendio» mentre «altre volte i cancelli delle ditte vengono addirittura chiusi dall’esterno per evitare i controlli in fabbrica delle forze dell’ordine».