Dopo 36 anni, nessun colpevole per l’omicidio del missino Angelo Pistolesi

Via Statella è una strada del quartiere Portuense, tra via dell’Imbrecciato e la stessa Portuense. È qui che il 28 dicembre del 1977, di mattina presto, assassinarono con tre colpi di pistola l’attivista missino Angelo Pistolesi, 31 anni, moglie e due bambine, mentre andava come ogni giorno al lavoro, all’Enel. La via non è neanche troppo lontana da via Leonardo Greppi, dove negli anni Settanta c’era la sezione del Msi della zona, dopo la chiusura di quella del Trullo, in via Monte delle Capre. L’impressione nell’ambiente missino fu enorme, perché Pistolesi, oltre a essere una bravissima persona, non era neanche tra gli attivisti più accesi, più facinorosi, e per giunta era da poco che si era avvicinato al Msi. L’omicidio Pistolesi, rimasto anch’esso senza colpevole come moltissimi altri di missini degli anni Settanta, fu “oscurato” dieci giorni dopo dalla strage di via Acca Larenzia, nella quale un commando comunista uccise Francesco Ciavatta e Franco Bigonzetti, due ragazzi, mentre uscivano dai locali della sede. Poche ore dopo rimase ucciso anche Stefano Recchioni, militante della Colle Oppio, che era accorso al Tuscolano dopo l’eccidio. Questo efferato crimine mise un po’ in ombra l’omicidio del giovane Pistolesi, ma a gennaio 1978 fu tenuta a Santa Maria degli Angeli una commemorazione con quattro corone di fiori, gli uccisi ad Acca Larenzia e Pistolesi, poiché non era stato possibile fare i funerali insieme come la comunità militante avrebbe voluto. Come mai Angelo Pistolesi divenne l’obiettivo dei sicari che in quel periodo ammazzavano facilmente? Si trattò di un destino, di una concomitanza di circostanze che erano iniziate parecchi mesi prima, il 28 maggio 1976, quando a Sezze rimase ucciso il giovane Luigi De Rosa, di soli 19 anni, da colpi partiti da un’auto del seguito di Sandro Saccucci, che in quel paese aveva appena tenuto un movimentato comizio. Ebbene, tra gli accompagnatori di Saccucci, una decine, c’era anche Angelo Pistolesi. E c’era anche Miro Renzaglia, oggi scrittore, che ha ben raccontato l’episodio nel suo libro “i rossi e i neri”, e che oggi parla di Pistolesi: «Angelo si avvicinò quasi per caso alla politica. Era amico di Gabriele Pirone, un democristiano che ascoltando un comizio del Msi al Trullo decise di aderire alla fiamma perché convinto dal programma sociale». Continua Renzaglia: «Pirone, che poi fu segretario sezionale, aveva una cerchia di amicizie non politicizzate, tra cui Pistolesi. E devo dire che, nel brevissimo periodo in cui militò nel Msi, si comportò in modo esemplare». Renzaglia racconta sempre l’episodio di Sezze, già descritto nel libro, in cui Pistolesi parò letteralmente con il suo corpo un sasso destinato a Renzaglia: «Aveva nei miei confronti un atteggiamento da fratello maggiore, e quella volta probabilmente mi salvò da conseguenze peggiori». Comunque Pistolesi, come gli altri, fu arrestato per i fatti di Sezze, e rimase un paio di mesi in galera. Poi fu prosciolto, perché i testimoni non lo riconobbero come colui che aveva sparato, anche perché la sua auto era già uscita dal paese. Ma era segnato, come era segnato Renzaglia. Dopo l’omicidio, telefonarono in tre per rivendicarlo: i Nap, le Brigate Rosse e i Nuovi Partigiani. Ma chi sia stato non si è mai saputo. Anche allora, come era capitato per i fratelli Mattei e per ogni missino ucciso, si scatenò la macchina del fango del regime e delle sinistre, tesa a dimostrare che si era trattato di una “faida interna”. Ovviamente tutte queste piste non portarono mai a nulla, perché allora uccidere un fascista non era reato. Poco più di un anno dopo, il 3 marzo 1979, quasi a mezzanotte, Miro Renzaglia mentre rientrava a casa, fu colpito da un commando che gli ha sparato diversi proiettili, di cui  quattro andati a segno. Il crimine viene rivendicato dal Nucleo proletario antifascista Roberto Scialabba (Scialabba era il ragazzo assassinato dai Nar al quartiere don Bosco, ndr). Renzaglia era più di là che di qua, e fu salvato solo con una delicatissima operazione. Anche questa vicenda è da lui raccontata nel libro. Per il tentato omicidio, ancora oggi, non c’è alcun responsabile. Tornando a Pistolesi, al momento della sua morte aveva due bambine, di dieci e sette anni. Luca Telese, l’autore di “Cuori neri”, parlando dell’omicidio Pistolesi, racconta di non essere mai riuscito a trovare né la moglie né le figlie di Angelo, malgrado i vari tentativi di rintracciarle. Sin da subito, infatti, la famiglia si è chiusa nel massimo riserbo, ma certamente non ha dimenticato. Ma anche la comunità di Angelo lo ricorda.