La protesta di Genova fa venire a galla i nodi: sofferenza sociale e privatizzazioni in ritardo

Spira vento di rivolta nel Paese. La protesta dei ferrotranvieri di Genova, contrari ad ogni ipotesi di privatizzazione dell’azienda pubblica dei trasporti, è il sintomo di un malessere che sta diventando acuto. E’ l’annuncio di una sofferenza sociale che rischia di deflagrare ed espandersi a macchia d’olio;  la spia di un diffuso  sentimento popolare di scoramento che può trasformarsi in risentimento, scandito da una crisi perdurante e malvagia , che ha messo in ginocchio il Paese. Sottovalutare quanto accade è da incoscienti. Se poi  – e questo è il punto che più  inquieta –  la politica si mostra debole, inadeguata o, peggio, assente, è facile intuire quali conseguenze ci possano essere. Quando il bilancio di una azienda è in  rosso e non ci sono più soldi per pagare i debiti e gli stipendi, se ne certifica la bancarotta.

Questo vale per le aziende private come per quelle pubbliche. Con una differenza: che per queste ultime c’ è sempre un prestatore di ultima istanza, il pubblico appunto (Stato , Regione, Comune), che arriva in soccorso. Il guaio è che, novantanove volte su cento, al salvataggio non si accompagnano un piano di risanamento concreto, né un cambiamento di politiche aziendali e manageriali, né il rigore nella tenuta dei conti che l’impresa pure richiede. Passata la festa gabbato lo santo. E tutto torna come prima. Scampato il pericolo, riaffiorano le vecchie abitudini. Nel caso della Amt di Genova l’ammontare delle perdite è stato di 36,1 milioni di euro all’anno per un totale di 72 milioni . Il Comune, a quanto pare, potrà coprire con una trentina di milioni il 2014, ma poi quei fondi non saranno più sufficienti. Risultato: l’azienda salta e i lavoratori vanno a casa, e i cittadini vengono privati del servizio. Poco varrà, a quel punto, piangere sul latte versato, sugli sprechi, sulle inefficienze e le responsabilità che pesano su chi ha gestito l’azienda e su chi, a livello politico, non ha fatto scelte opportune e  varato riforme congrue , preferendo, semmai, crogiolarsi sull’assunto che c’è sempre Pantalone che paga per i disastri procurati dalla classe dirigente.

La verità è che il trasporto pubblico locale , con le sue inadeguatezze, i buchi di bilancio e le  inefficienze ormai croniche, sta diventando un problema nazionale. Non è un caso che l’urlo dei lavoratori di Genova abbia raccolto la solidarietà dei lavoratori dell’Atac, l’azienda romana anch’essa sull’orlo del collasso, e dei colleghi di molte altre città. Intendiamoci, scaricare sui dipendenti, già a corto di salario e spesso esposti a turni massacranti, le responsabilità di chi ha mostrato scarse capacità gestionali, è ingiusto e delittuoso. Ma anche i sindacati non sono esenti da colpe. Parlare di “liberalizzazioni” e di “privatizzazioni”, per molto, troppo tempo è stato un tabù. Quando poi  il tema ha incominciato a penetrare nella coscienza collettiva, superando non  poche idiosincrasie ideologiche, invece di procedere nel verso giusto, secondo metodi consolidati e positivamente sperimentati altrove, si sono privatizzati alcuni settori senza prima procedere alle necessarie liberalizzazioni. Nel trasporto pubblico, inoltre, si sono accavallate competenze regionali quasi mai esercitate con la dovuta perizia e con l’ottica di pianificare e sviluppare un servizio, rispetto al quale non si capisce perché i privati dovrebbero restar fuori.  Il sindaco di Torino e presidente dell’Anci, Piero Fassino, intervistato da Repubblica, ha ammesso: “Sono sincero, è sbagliato pensare che l’imprenditore danneggi i cittadini solo perché è un privato”. In molte città, i trasporti sono stati privatizzati  e tutto funziona. Quanto ai lavoratori, per tutelare l’occupazione, “basta mettere una clausola sociale nei contratti di servizio per mantenere i livelli occupazionali”.

In verità, non è proprio così. Una clausola sociale, per offrire garanzie serie, richiede certezza di coperture. E queste non sempre ci sono. Molto più importante, a nostro avviso, inquadrare i processi di privatizzazioni  nell’ambito di politiche industriali ben definite. In fondo , è proprio questo che è sempre mancato: il profilo di una politica industriale che dia spessore e futuro all’impresa che offre servizi pubblici ai cittadini. E’ questa, a noi pare, anche  la strada maestra utile a disboscare la selva  delle aziende controllate.  Nessuno riesce ad avere contezza di quante siano effettivamente. L’Istat ha censito 4.338 controllate (dati del 2010) sopra i cento dipendenti e con un ente pubblico socio al 50% o il Tesoro in posizione di controllo con poteri speciali. Per quanto riguarda gli enti locali, la stima raggiunge le  7.500 aziende. Cifre enormi. E’ il quadro di un socialismo municipale che fa acqua da tutte le parti. Tranne per il management e un personale politico cooptato nei posti chiave , utile a tenere ben stretto il raccordo con i livelli istituzionali che contano.

Insomma , ai lavoratori di Genova, e non  solo a loro, bisogna offrire una proposta veritiera e concreta di  privatizzazione  che non serva soltanto a   far cassa, ma  che sia indispensabile a garantire futuro all’azienda e stabilità di lavoro in prospettiva. Così si arginerebbe la protesta e non si lascerebbe campo libero ai demagoghi di turno,  che sono già corsi al capezzale dell’Amt  per soffiare sul fuoco.