Il ministro Cancellieri: «Con la Ligresti solo umanità». Gasparri: «Chiarisca in Parlamento»

Infuria la polemica sul ministro Annamaria Cancellieri, che si dichiara serena e tranquilla e “pronta a rispondere a qualunque domanda” mentre il M5S preme per le dimissioni e anche ampi settori del Pdl manifestano perplessità sul suo operato. “Il mio – osserva ancora il ministro – è stato un intervento umanitario, mosso da un detenuto che poteva morire. Se fosse morta cosa sarebbe successo?”. Tace, per ora, il premier Enrico Letta mentre Cancellieri, che riferirà al Senato martedì alle 16, incassa la difesa del quotidiano dei vescovi Avvenire.

«Fortunatamente il ministro Cancellieri dimostra di conoscere la Costituzione meglio di certi settori della grande stampa e di alcuni cultori (in toga e no) delle manette facili. Anche perché basta un po’ di umano buon senso». Così Avvenire si schiera apertamente con la responsabile del Viminale. «Intervenendo a favore di Giulia Ligresti – domanda Avvenire – il ministro Cancellieri ha chiesto che fosse concesso alla persona detenuta ciò che – per la nostra legge – non le spettava o, al contrario, ha chiesto di valutare se le potesse essere riconosciuto ciò che era dovuto in quel caso specifico?».  La risposta è scontata, secondo il quotidiano della Cei, che sottolinea che «la signora Ligresti non era in carcere per espiare una sentenza passata in giudicato, ma era in attesa di giudizio. Essa, dunque, per la nostra Costituzione era, ed è, presunta non colpevole». Il problema, nella vicenda, è semmai la carcerazione preventiva, «utilizzata, come troppo spesso accade, per fare pressione sull’indagata».

Per avallare la sua posizione, Avvenire aggiunge un servizio che documenta che  non c’è solo il caso di Giulia Ligresti, fra quelli ai quali il ministro della Giustizia si è interessata nei mesi scorsi «per motivi umanitari». Il quotidiano ha potuto visionare alcuni appelli giunti al dicastero di via Arenula e presi in considerazione dal Guardasigilli attraverso il Dap (Dipartimento per l’Amministrazione Penitenziaria). Fra questi, c’è «la lettera scritta da R., campano 48enne allocato in una casa lavoro dell’Emilia Romagna in procinto di essere trasferito a Favignana, nel Trapanese, difficilmente raggiungibile dai familiari, che risiedono in Campania. Per evitarlo, il detenuto attua uno sciopero della fame, rifiuta di assumere medicine e scrive al ministro. A metà agosto R. viene trasferito in una casa lavoro in Abruzzo, più vicina alla sua famiglia». C’è anche, prosegue l’articolo, «la toccante raccomandata di A., moglie di un recluso pugliese (fine pena 2016). La signora comunica di aver inoltrato richiesta di grazia al capo dello Stato e allega le cartelle sanitarie sulla propria, grave, malattia, che potrebbe impedirle di prendersi cura dei figli piccoli. Il marito ha già chiesto di scontare la pena residua (inferiore a 3 anni) attraverso misure alternative e il magistrato di sorveglianza ha disposto ‘l’osservazione scientifica’ del detenuto e fissato un’udienza il 10 dicembre». «Lo scetticismo, in politica e nel giornalismo, è d’obbligo. E molte affermazioni rigorose pronunciate al mattino si rivelano infondate alla sera», scrive ancora Avvenire. E aggiunge: «Quanti hanno accompagnato il ministro nelle carceri e condividono, seppur ai piani bassi, il lavoro ministeriale, riferiscono di episodi che testimoniano di un silenzioso interessamento in favore di bisogni, grandi e piccoli, espressi a voce o “a mezzo lettera” da detenuti qualunque, senza amicizie altolocate o cognomi importanti».

Sul fronte politico, si susseguono però le richieste di chiarimenti. A cominciare dal vicepresidente del Senato, Maurizio Gasparri. «Prendiamo atto, intanto, di un fatto. Questi tecnici – sottolinea l’esponente del Pdl – alimentano carriere proprie e familiari con un dinamismo, per usare un eufemismo, di fronte al quale i politici impallidiscono. I lauti compensi familiari – sostiene Gasparri – dovrebbero far riflettere sui limiti che queste burocrazie tecnocratiche presentano. In ogni caso a me interessa un profilo: perché Berlusconi, per vicende assai meno rilevanti e penalmente inesistenti, si debba beccare una condanna incredibile a sette anni mentre altri sono campioni di solidarismo umanitario. I paragoni saranno facili e martellanti fino a quando quella assurda vicenda finirà come merita, nel tritacarte».