La denuncia di Caprotti: per aprire un punto vendita a Firenze attendiamo un sì dal 1970…

Il fondatore di Esselunga, Bernardo Caprotti, 87 anni, non è uno che le manda a dire. Col suo libro Falce e carrello ha denunciato anni fa i legami tra le Coop e la politica locale andando incontro alle polemiche con l’aplomb dell’imprenditore-benefattore. Amico di Berlusconi ma celebrato da un regista non certo schierato a destra come Giuseppe Tornatore, Caprotti oggi ha scritto una lettera al Corriere per denunciare come la burocrazia soffoca le imprese, soprattutto quelle italiane come la sua (italiana al 100%, ci tiene a precisare). Un’azienda “multiprovinciale” che non riesce “a insediarsi neppure a Genova o a Modena”. Per non parlare di Roma, nonostante nei progetti di Caprotti ci fosse proprio la Capitale. Qui ci sono supermercati di ogni marchio, ma non della Esselunga. Discriminazione politica verso un’impresa il cui proprietario non ha esitato a puntare l’indice contro i favoritismi delle “regioni rosse”? Forse. Di sicuro, scrive Caprotti, c’è il niet del nuovo sindaco “del quale si può dire soltanto che è un po’ opinionated” (cioè dogmatico, ndr). Ma è a Firenze che la marcia di Esselunga ha incontrato ostacoli insuperabili: si attende l’autorizzazione dal 1970.

Ma vale la pena, per capire il problema sollevato, citare un passaggio cruciale della lettera scritta da Caprotti: “Per realizzare un punto vendita occorrono mediamente da otto a quattordici anni. Ma per Legnano ventiquattro; mentre a Firenze forse apriremo l’anno prossimo un Esselunga di là d’Arno, una iniziativa partita nel 1970! Così, ultimamente, abbiamo cancellato ogni nuovo progetto. Ecco, caro direttore, la pallida risposta di un’azienda che di problemi ne ha troppi, che si avventura ogni giorno in una giungla di norme, regole, controlli, ingiunzioni, termini, divieti che cambiano continuamente col cambiare delle leggi, dei funzionari, dei potenti. Uno slalom gigante con le porte che vengono spostate mentre scendi…”. Considerazioni che non vanno derubricate a semplice sfogo e che andrebbero seriamente ponderate, proprio nel giorno in cui Confindustria parla di fine della recessione. Ma per le imprese italiane finirà mai l’incubo dei lacci burocratici e delle clientele politiche?