Inchiesta Mps: poche intercettazioni agli atti. Il gip negò l’autorizzazione ai pm

Più volte i pm senesi hanno chiesto al gip l’autorizzazione ad effettuare intercettazioni telefoniche e, quasi sempre, il giudice le ha negate. È quanto emerge dalle carte sull’inchiesta per l’acquisto di Antonveneta da parte di Banca Monte dei Paschi di Siena che avrebbe chiesto un via libera anche da Bankitalia. A riferire ai pm quest’ultima circostanza, nel corso di uno dei tre lunghi interrogatori al quale è stato sottoposto, è l’ex dg di Mps Antonio Vigni che racconta di un incontro in via Nazionale, presente anche l’allora Governatore Mario Draghi: «Disse che sarebbero stati al nostro fianco». L’inchiesta Antonveneta si è chiusa senza nessun addebito agli organi di vigilanza e a Bankitalia. L’ex dg, indagato nell’inchiesta insieme ad altre 8 persone e a due banche, Mps e JP Morgan (quest’ultime sulla base della legge 231 sulla responsabilità di impresa), ascoltato dai magistrati (Antonino Nastasi, Aldo Natalini e Giuseppe Grosso), parla di una riunione tenutasi nella sede di Banca d’Italia alla quale «partecipammo io e Mussari per la banca, il governatore Draghi, la dottoressa Tarantola, i dottori Saccomanni e Clemente». Mussari, continua Vigni, spiegò l’operazione nei suoi dettagli, «anche sotto il profilo del finanziamento e dell’aderenza al piano industriale».

La difficoltà di potere effettuare tutte le intercettazioni chieste, probabilmente, ha creato anche qualche problema ai magistrati e, leggendo le oltre 30 mila carte allegate agli atti di conclusione indagini, si capiscono meglio le parole di Nastasi di tre giorni fa: «Le intercettazioni sono poche». Pochi anche gli ”omissis”, anche se poi, sempre Nastasi, a chi chiedeva informazioni su una possibile ”Antonveneta 2”, magari legata a inchieste di altre procure come quella romana sullo Ior, rispose con un secco «no comment». Un’inchiesta che sembra mettere in luce l’intreccio tra politica e banca, anche se Mussari e Vigni hanno detto che sull’acquisto di Antonveneta «non ci fu nessuna pressione politica». Parole che, in qualche modo, ripete l’ex sindaco di Siena Franco Ceccuzzi (Pd) che, sentito come testimone, ai pm ha assicurato di non aver «mai discusso con Mussari dell’acquisto di Antonveneta». Sempre lui, però, agli stessi magistrati ha raccontato di come informò i vertici del Pd, Pierluigi Bersani e Massimo D’Alema, sulle ultime nomine: prima quella del nuovo dg Fabrizio Viola, e poi quella del presidente Alessandro Profumo, chiedendo anche l’intervento di D’Alema per convincere Profumo ad accettare. La cosa certa, come invece affermano Gabriello Mancini, l’ormai ex presidente della Fondazione Mps, e l’ex provveditore Marco Parlangeli, l’uomo forte di Siena era Mussari, che quando era alla guida di Rocca Salimbeni, impose al socio di maggioranza relativa (la Fondazione), l’acquisto di Antonveneta e anche la sottoscrizione del Fresh da 1 miliardo di euro che per l’accusa non è un aumento di capitale ma un vero e proprio prestito ottenuto da JP Morgan.