Il Cavaliere può ancora vincere l’altra “Guerra dei vent’anni”, quella contro la sinistra

Era ora. Ci è voluta addirittura una nota scritta di Berlusconi per richiamare falchi, colombe e pitonesse ad un minimo di decoro politico. Doveva essere proprio colma la misura se persino un leader tollerantissimo come lui ha sentito il bisogno di ricorrere al comunicato diramato alle agenzie per arginare la folle corsa dei suoi ad accaparrarsi un posto di prima fila nella curva degli ultrà berlusconiani. Non se ne poteva (e non se può) più di questo carosello ipocrita dove si fa a gara a dire “siamo tutti uniti nella difesa del nostro leader” salvo due minuti dopo, a telecamere spente e a microfoni silenziati, sparare a zero sul compagno di partito, il collega di gruppo, ritenuto troppo tiepido o troppo focoso a seconda che l’accusa parta da un falco o provenga da una colomba. Sia come sia, il PdL è finalmente entrato in silenzio stampa ed ora a parlare saranno solo quelli che avranno titolo a farlo. Almeno si spera. E forse riusciremo a capirà qualcosa di quel che Berlusconi ha veramente ha in mente di fare e, soprattutto, quel che potrà fare.
Il problema è proprio qui, cioè nel fatto che in questa fase volere non è potere. Per la prima volta, forse, il Cavaliere – pur avvezzo a vincere partite complicatissime – avverte che gioca in un ruolo diverso, a lui poco congeniale poiché non gli consente di liberare l’estro di cui è dotato. Capisce che l’esito finale dipende più da quel che può che da quel che vuole. E stavolta “quel che può” è davvero poco e non dipende tutto da lui. Diciamocela tutta: se ha dovuto mettere il silenziatore a parlamentari e dirigenti pidiellini è perché ha capito che il loro profluvio di esternazioni a mezzo stampa si è rivelato un mezzo autogol anche perché la situazione di imbarazzante difficoltà con ben pochi precedenti, soprattutto per quel che riguarda la prospettiva rispetto al governo.
Berlusconi sarebbe tentato dal farlo cadere, ma il rapido calcolo delle conseguenze gli consiglia di non osare. E qui le colombe segnano un punto a proprio favore. Ma nemmeno è pensabile che dopo un ventennio di assoluto protagonismo egli possa impunemente essere espulso dalla politica come un corpo estraneo. Sul punto sono i falchi ad avere ragione. E poi ci sono le aziende di famiglia, l’interesse al conflitto dei suoi nemici che è l’altra faccia del suo conflitto d’interesse, i mille fili di reciproche convenienze che un tycoon pratico e concreto come lui non può trascurare del tutto, men che meno recidere.
In poche parole, Berlusconi teme che a breve potrà trovarsi di fonte al bivio che ha sempre cercato di evitare. Egli “sente” che per la prima volta sta arrivando il tempo della scelta, il momento in cui sarà chiamato ad optare tra politica e impresa, tra partito e soci azionisti, tra la sua avvincente e controversa ascesa di uomo pubblico e la sua effervescente e brillante vicenda di “Re di denari” senza poter – come ha fatto finora – sovrapporre fino a fondere i suoi due mondi in un unico grande universo di cui egli stesso era ed è il centro.
È questo l’effetto vero della “guerra dei vent’anni”, combattuta e persa contro le toghe attraverso una sentenza passata in giudicato.
Ora, però, c’è da non perdere quella politica, la cui posta in palio è la sopravvivenza di un centrodestra postberlusconiano con ambizioni e prospettive di governo. Una partita ancora tutta da giocare, il cui esito finale dipende in gran parte dal leader e da quel che farà ora. Se facesse prevalere l’imprenditore, suonerebbe come un tradimento verso milioni e milioni di italiani che tuttora lo seguono perché credono in lui. La scelta opposta avrebbe il pregio di sconfessare chi lo accusa di essere entrato in politica per difendere la “roba”, ma è difficile che accada. Ne resta una terza, che oggi Berlusconi allontana come un fastidioso pensiero e che invece farebbe bene a scegliere prima di esservi costretto dagli eventi: dimettersi prima dell’umiliante voto sulla sua decadenza da senatore. È vero che il Cavaliere non è tipo da passi indietro o di lato, ma solo così uscirebbe imbattuto anzi vittorioso nell’altra “guerra dei vent’anni”, quella combattuta contro una sinistra che ha nascosto il proprio nulla politico e progettuale sotto il conformismo opportunista e che non vede l’ora di brindare alla fine per via giudiziaria dell’odiato nemico.
Solo se questi deciderà di accomiatarsi dalle istituzioni parlamentari con un discorso alto, severo e “visionariamente” in grado di scolpirne il profilo di statista, riuscirà a far capire di essere ancora politicamente in campo. Basterà questo per mandare di traverso il brindisi di festeggiamento ai suoi vili detrattori.