Quelle violenze degli antagonisti fatte in nome della democrazia e dell’antifascismo

Si dicono “democratici” perché – raccontano – vogliono il popolo al potere. Si dicono “antifascisti” perché – secondo loro – in Italia c’è un regime contro cui rianimare la resistenza e chiamare in massa i “partigiani del Duemila” alla protesta. Si dicono pacifici perché le loro azioni violente sono esercitate a fin di bene. Fatto sta che i “bravi ragazzi” continuano con le azioni di guerriglia e guai a chi lo tocca. I cosiddetti No-Tav, estremisti di sinistra viziati e coccolati per anni da chi ha chiuso tutt’e due gli occhi sui rischi dei centri sociali, si sentono in diritto di minacciare e poi passare alle vie di fatto. E se qualcuno li vuole mettere in manette, urlano contro la repressione poliziesca. Non sono frutto di un caso i nuovi scontri in Valle di Susa. Non sono frutto di un caso nemmeno i quindici agenti rimasti feriti. Era tutto preordinato, tutto previsto, come i siti antagonisti avevano fatto sapere poche ore prima, con tanto di annuncio divulgato sul web. Il paradosso è che le loro parole hanno avuto spazio su molti quotidiani, manco fossero comunicati stampa di un partito, in un clima di buonismo e di giustificazionsmo che rende ancora più difficile poi opporsi a chi usa la violenza come arma politica e pretende l’impunità, ricordando il pessimo esempio degli anni Settanta. Ragion per cui c’è chi si sente in diritto di bloccare l’autostrada per ore grazie a un violento incendio, di dare i copertoni alle fiamme, di lanciare pietre contro la polizia. Lo Stato deve agire, si ripete in queste occasioni. E il ministro Angelino Alfano ha ribadito che «lo Stato non si ferma e non consente nessuna forma di intimidazione. Neanche quando ci si trova di fronte ad attacchi di pura guerriglia come quelli avvenuti al cantiere Tav di Chiomonte». Difficile però farlo se c’è sempre qualcuno a sinistra che si sente “amico” dei “bravi ragazzi” antagonisti. In nome di uno strano appello all’antifascismo e di un distorto concetto di democrazia, classiche scuse accampate da coloro che vogliono giustificare l’ingiustificabile.