I partiti sono deserti. Sessant’anni fa gli iscritti erano più del doppio degli attuali. Crisi della democrazia o della politica?

Partiti desertificati. Gli iscritti sono crollati. Sembra che soltanto pochi, e presumibilmente legati alle nomenklature, siano attratti dalla militanza nelle forze politiche. Se di militanza si può parlare, naturalmente, visto com’è ridotto l’impegno delle stesse e delle strutture che le supportano. Fatto sta, come risulta da una approfondita indagine dell’Istituto Cattaneo, che nel 1955 quando gli italiani erano poco meno di cinquanta milioni, gli iscritti ai partiti ammontavano a 4.247.477. Si badi bene: l’Istituto nel calcolare la cifra tiene conto soltanto delle adesioni al Pci, al Psi, alla Dc, al Pli e al Pri; se ad essi si aggiungono missini e monarchici, oltre a sigle minori, il numero ovviamente sale. Sessant’anni dopo gli iscritti risultano dimezzati, e, per essere più precisi, secondo uno studio della  Bocconi  nel 2007 essi erano 2.376.285 . Se si sommano gli ultimi dati disponibili, del 2012 si arriva a fatica a due milioni, tenendo conto della difficoltà di mettere insieme gruppi che si costituiscono soltanto nell’imminenza delle elezioni e poi confuluiscono in altri o si sciolgono del tutto. Nel frattempo la popolazione è considerevolmente aumentata e si aggira intorno ai sessanta milioni di abitanti, quindi si puù ritenere che complessivamente il crollo delle iscrizioni – con tutte le attenuanti citate – è perfino più vistoso di quello sanzionato dall’Istituto Cattaneo.

Inutile sottolineare che i partiti del dopoguerra, che hanno retto fino agli inizi degli anni Novanta, non esistono più. Al loro posto vi sono gli “eredi” o aggregazioni di nuovissimo conio che in pochi anni hanno mutato denominazione e ragione sociale più volte. Come è potuto accadere che la politica non attrae più la militanza?

L’interrogativo apre inevitabilmente una discussione infinita. Per quel che  possiamo dire che incontestabile che l’appartenenza sia vistosamente scemata con la fine delle culture politiche e, dunque, con l’identificazione dell’iscritto con il progetto. Questo vale per i partiti storici ed i loro succedanei, come per i partiti nati dal nulla, occasionali, provvisori che pure in alcuni casi sono diventati permanenti.

E’ fin troppo evidente che quando non si ha più un senso profondo di corrispondenza tra la proposta (perfino “ideologica”) e l’interesse per essa da parte dei singoli, diminuisce o si dissolve del tutto il principio della militanza a vantaggio dell’opportunità a prendere una tessera. Non è un caso, come viene evidenziato da studi recenti, che le iscrizioni lievitano, soprattutto nei partiti più grandi e strutturati, in occasione della celebrazione dei congressi (sempre più rari) per partecipare ai quali è obbligatorio prendere la tessera.

Il “calo del desiderio” politico, comunque, è incontestabile. E forse ad esso è imputabile la decadenza stessa della classe politica con la relativa cooptazione dei dirigenti nei posti di potere da parte di una nomenklatura ristretta o addirittura del leader se ci si riferisce al partito personale che ha avuto una indiscutibile fortuna nell’ultimo ventennio e che ora risente di acciacchi fisiologici.

Ma se la politica non è partecipata dalla formazione in strutture organizzate dagli iscritti che ne sono la linfa, come può agire a livello popolare? Anche questo è un bell’interrogativo suggerito dalle indagini prese in considerazione. Di fronte ad esso sorprende che i partiti non si diano pena se i militanti sono spariti. Eppure è un problema di democrazia al quale tutti dovrebbero essere sensibili poiché il rinnovamento delle classi dirigenti non può avvenire per caso, ma per formazione.

Ci si chiede spesso come mai le sezioni sono vuote, se non inesistenti. Chi dovrebbe frequentarle? Non si porta più la discussione politica, il dibattito che favorisce le decisioni, l’iniziativa corale che nasce dal cuore dei problemi che dovrebbero essere affrontati nei luoghi deputati. Ed è fatale che non attivando tutto ciò dalla politica, soprattutto le giovani generazioni, tendono a starsene alla larga. Tanto per una candidatura le strade si trovano. Ed al momento opportuno nessuno verrà a chiedere al pretendente ad un seggio se è iscritto o no al partito. Le logiche, malauguratamente, sono altre.