La vittoria calcistica dell’Aquila: anche tra le macerie, si può rinascere

C’è un film tedesco del 2003 del regista e sceneggiatore Soenke Wortmann che s’intitola “il miracolo di Berna”. Un film sul calcio ma, soprattutto, un film sulla rinascita della Germania uscita devastata, fisicamente ma anche moralmente, dalla guerra. Narra di un ragazzo – ma soprattutto di una nazione – che ritrova la propria dignità e la voglia di vivere, di gioire e di sorridere, grazie all’emozione della vittoria di una partita di calcio: la finale dei mondiali del 1954.

2013: nessuno ci farà un film ma, in piccolo, la storia è la stessa. L’Aquila calcio vince la finale, domenica scorsa, con il Teramo e viene promossa in C1. Lo stadio Fattori – lo stadio storico del rugby aquilano – costruito tra il ’29 e il ’33 e sopravvissuto alla storia, alle intemperie e infine al terremoto del 6 aprile del 2009, è omologato per 3.999 spettatori, ma è facile calcolare che domenica scorsa gli spalti ne ospitavano il doppio e nessuno avrebbe osato impedire a quegli aquilani “in eccesso” di assistere alla partita. La vittoria non era scontata e l’emozione è stata forte. L’importanza dell’evento non è sfuggita anche ai media nazionali, alcuni dei quali l’hanno elevato a rango di notizia nazionale. Lo sport, come tutti hanno compreso, è stato lo strumento di una rivalsa dal senso di abbandono, di frustrazione, di mortificazione che il capoluogo abbruzzese soffre da quando la natura gli ha inferto una ferita che – seppur fisicamente ancora visibile – va molto più in profondo delle fenditure nei muri. Su tutti gli aquilani, da quattro anni, incombe il senso dell’occasione perduta che si sovrappone al dolore non sopito per le perdite umane. L’Aquila viveva già da tempo una crisi economica e sociale che era anche l’effetto della progressiva perdita della centralità politica che tradizionalmente deteneva. Il terremoto ha posto nuovamente l’Aquila al centro del mondo, dolorosamente, tragicamente, ma il destino quando toglie contestualemente ti dà un’opportunità per rialzarti e saltare oltre l’ostacolo. A quattro anni – e più di dieci miliardi di euro – di distanza, il salto non è stato compiuto. Per colpa della burocrazia, per colpa della politica, per colpa dei cittadini? Ognuno dice la sua, ma il dato è che su tutta l’Aquila si stende un senso di scoramento e di sfiducia. Una vittoria calcistica può cambiare le cose? Il film di Wortmann voleva dimostrare questo: tra le macerie, tra gli incubi che ancora accompagnano il sonno di molti aquilani, una bandiera sventolata allo stadio, una vittoria strappata in campo, un lampo di orgoglio, può fare la differenza. Il “miracolo del Fattori” insegna questo. Risorgere si può, ma soprattutto si deve. L’Aquila ne vale la pena.